Heineken prepara il bagno di sangue con 6 mila licenziamenti in due anni senza neanche un rimorso

Heineken prepara il bagno di sangue con 6 mila licenziamenti in due anni senza neanche un rimorso

Heineken ha deciso di fare un bel regalo a tutti i dipendenti: fino a seimila licenziamenti perché, a quanto pare, le famose «condizioni di mercato difficili» non si risolvono con una birra in più. Il gigante olandese della birra ha comunicato con grande entusiasmo che ha intenzione di «accelerare la produttività su larga scala», tradotto: spremere risparmi ovunque, soprattutto tagliando posti di lavoro, da 5.000 a 6.000 nei prossimi due anni. Davvero un motivo per brindare.

Il tutto condito con un comunicato tranchant dell’AD Dolf van den Brink, il quale ha avuto la brillante idea di rendere noto appena il mese scorso che avrebbe lasciato l’incarico dopo quasi sei anni di regno incontrastato. A gennaio, in quel raro momento di trasparenza che ogni capo adora, ha ammesso di aver guidato la compagnia «attraverso un periodo di turbolenze economiche e politiche». Insomma, niente di serio, solo una semplice crisi globale a far tremare i boccali.

La giostra dei licenziamenti: la «produttività» prima di tutto

Non si capisce bene se la strategia di Heineken sia un esperimento sociologico o un capolavoro di gestione aziendale: aumentare la produttività tagliando migliaia di posti di lavoro e sperare che tutto proceda liscio come una lattina fresca. L’idea di base sembra chiara: meno personale, meno costi, più margini. Peccato che magari i dipendenti senza lavoro non possano poi comprarsi nemmeno una bottiglia della stessa birra.

Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: se il mercato si sballa, la colpa non sta nella domanda o nelle decisioni strategiche, ma evidentemente in troppi uomini e donne che si ritrovano senza lavoro. Ed ecco fatto, la famosa produttività, parola magica del nostro decennio, che tutto giustifica, anche il disastro sociale.

Dolf van den Brink: addio tra turbolenze e decisioni choc

Se non si fosse capito, Dolf van den Brink ha deciso di lasciare la nave prima che affondi (o almeno così qualcuno potrebbe pensarla). Dopo aver navigato, secondo la sua ammissione, in «turbolenze economiche e politiche», il nostro eroe ha scelto di passare il testimone, lasciando dietro di sé una scia di posti di lavoro spariti e un mercato birrario ancora più incerto.

Il colpo di scena, però, è che proprio questa fragile situazione economica dovrebbe forse suggerire un po’ più di cautela e senso di responsabilità verso i dipendenti. Ma evidentemente la «prudenza» sulle previsioni a breve termine di Heineken significa una cosa sola: tagliare tutto quello che si può tagliare, soprattutto se sono esseri umani.

Un brindisi amaro all’insegna dell’incertezza

Se c’era bisogno di una testimonianza della «difficoltà del mercato», eccola servita: una grande azienda che riduce drasticamente il personale e il capo che se ne va come se fosse solo un piccolo intoppo. La lezione implicitamente impartita ai lavoratori è chiara: in tempi di crisi, anche voi fate il salto della quaglia o rischiate di trovarvi fuori dalla festa.

Alla fine, Heineken ci regala un quadro nitido e, per certi versi, sconcertante di come si governano le grandi multinazionali oggi: con slogan che chiamano “produttività” un massacro di posti di lavoro e con un cambio al vertice che sa di fuga strategica. Insomma, un brindisi amaro per chi resta a piedi e per chi, forse, ha capito che questa birra non sa più di festa ma solo di guai.

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