Hamas si mette il cappello da reality show: ecco chi duetta per la poltrona mentre Gaza continua a bruciare

Hamas si mette il cappello da reality show: ecco chi duetta per la poltrona mentre Gaza continua a bruciare

Hamas non ha alcuna intenzione di mollare la presa sulla Striscia di Gaza. Nonostante i solenni proclami dei suoi capi sul fatto che il disarmo sia fuori discussione, sembrano ancora più chiari gli obiettivi politici: mantenere il controllo senza rischiare nemmeno un po’. Dopotutto, quale miglior modo per dimostrare quanto sia affidabile un gruppo armato se non continuare a dominare e insediarsi in tutte le istituzioni locali?

In questi giorni, mentre gli osservatori fingono interesse per le elezioni di Hamas, in realtà è la solita pantomima con i soliti due interpreti: Khalil al Hayya, il negoziatore storico che fino all’ultimo respiro ha gestito i colloqui finché la tregua è stata più un’illusione che realtà; e Khaled Meshal, l’ex leader-carrozzone, ora residente in Qatar, che ha guidato il movimento per ben tredici anni – appena sotto il carisma del fondatore, lo sceicco Yassin. La sua ingegneria vincente nel 2006, quando Hamas vinse le elezioni, rimane un disegno magistrale per chi vuole mantenere la poltrona a scapito di qualsiasi cambiamento.

Khalil al Hayya, da parte sua, è l’uomo forte dell’ala negoziale, scelto per sostituire Ismail Haniyeh come capo dell’ufficio politico di Hamas. Da vice di Yahya Sinwar, è stato il protagonista occulto dei contatti con mediatori qatarini ed egiziani fin dall’inizio della guerra. Insomma, qualcuno che sa come tenere le fila di un gioco che ormai definire spiacevole è un eufemismo.

Le due facce della stessa medaglia

I due leader mostrano una varietà di sfumature degne di un quadro astratto. Khaled Meshal, la memoria storica, è il talebano della linea dura, costantemente nel mirino di Israele. Il suo nome, in qualche modo, è ancora un problema per molti. Al Hayya, invece, si spaccia per il politico più aperto al dialogo, definizione cristallina se dimentichiamo che durante l’attacco israeliano a Doha fu ucciso proprio suo figlio. Una tragedia che evidentemente non ha rotto la sua abilità nell’essere diplomatico al momento opportuno.

L’obiettivo condiviso? Rafforzare l’immagine politica del gruppo, dare l’illusione di una coesione fraterna nonostante i frequentissimi litigi tra l’ala militare a Gaza e i politici che vivono comodamente all’estero, e, perché no, tentare di riciclarsi nell’ormai perennemente nuova amministrazione di Gaza.

C’è perfino chi osa fantasticare sul disarmo, quel lontano miraggio, purché il gruppo ottenga un riconoscimento politico che apra loro le porte a future elezioni palestinesi. Peccato che la realtà sia ben più provocante: Israele, con la solita cortesia, non ha alcuna intenzione di sedersi a quel tavolo, l’amministrazione americana sembra decisa a farne il proprio capro espiatorio, e, dulcis in fundo, le regole imposte dall’Autorità Nazionale Palestinese vietano qualsiasi partecipazione elettorale a chi ancora agita la bandiera della lotta armata. Quindi praticamente, è come chiedere a un pirata di diventare ufficiale della marina.

Un controllo che non molla mai

Nonostante tutto, con il sostegno finanziario e politico di Qatar e Turchia, Hamas prosegue imperterrito nel suo percorso. Tra i suoi più fidati emissari c’è chi maneggia con sapienza i clan nella neonata amministrazione tecnocratica della Striscia: una gestione che assume i tratti di un’autentica riorganizzazione mafiosa mascherata da burocrazia.

Mentre le luci della tregua fingono di brillare, il gruppo approfitta per consolidare il proprio dominio su Khan Yunis, rinforzandosi mediante arresti mirati di oppositori, continuando nello stesso tempo una sporca guerra interna ai clan che lascia sul terreno vittime innocenti – come se non bastassero già i conflitti più ampi.

Come ciliegina sulla torta, Hamas ha dimostrato la propria generosità offrendo risarcimenti alle vedove dei miliziani caduti. Oddio, generosità è una parola grossa: più che un gesto altruista, una mossa astuta per rafforzare la fedeltà di una popolazione stremata.

Non contenti, i signori della Striscia hanno tentato (e pare anche riuscendoci in parte) a mettere mano sul valico di Rafah, il crocevia cruciale per il passaggio di aiuti e persone. Un dettaglio che fa sobbalzare di allarme chiunque tenga a cuore l’ordine incontestabile e la pace a singhiozzo.

Un altro capitolo di questa saga farsesca è vedere i miliziani dell’organizzazione che si candidano a diventare agenti di polizia… perché niente dice “ordine pubblico” come lasciare arabi armati alle dipendenze di se stessi.

Israele, d’altro canto, non fa che agitarsi nervosamente, presentando il disarmo e l’espulsione di Hamas come trionfi imprescindibili della guerra. Peccato che la realtà sia cruciale e impietosa: il gruppo rimane baffutamente saldo alla guida dell’enclave, pungendo come una spina nel fianco di tutta la regione.

E a chi punta il dito contro la debolezza americana, va detto che il sostegno degli Stati Uniti sembra più vacillare di quanto lascino intendere le grida ufficiali. Promettere di impedire la restaurazione di Hamas è semplice, ma lasciar loro consolidare il potere con la disinvoltura di chi beve un tè a Doha è un’altra storia.