Guerra Iran Usa e Israele accendono il caos: aggiornamenti freschi per chi non sa più a chi credere

Guerra Iran Usa e Israele accendono il caos: aggiornamenti freschi per chi non sa più a chi credere

Che sorpresa! Il G7 riunito a Parigi si sveglia dal torpore per lanciare l’allarme: bisogna riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra in Iran. Dopotutto, chi avrebbe mai pensato che un conflitto potesse intaccare un’economia globale già tanto fragile? Questi angeli custodi della stabilità mondiale sono terrorizzati dalle ripercussioni sugli approvvigionamenti di energia, cibo e fertilizzanti, come se fosse una novità. Il piano? Garantire «una rapida e sicura circolazione» attraverso quello stretto di mare e, ovviamente, trovare una «soluzione duratura» allo scontro armato. Nel frattempo, a dirigere lo spettacolo, ecco Donald Trump, che, spinto dagli amici del Golfo, decide saggiamente (o forse solo temporaneamente) di mettere in pausa le ostilità, concedendo a Teheran un ultimatum “gentile” di due o tre giorni. Perché, si sa, i negoziati finanziati da Qatar meritano tempo extra: «Gli sforzi diplomatici del Pakistan hanno bisogno di più tempo».

L’allarme nucleare e la sicurezza zero: la centrale di Barakah sotto attacco

Facciamo un salto nella fantasmagorica regione del Golfo, dove la vicenda si fa ancora più patetica. Rafael Grossi, boss dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), ha lanciato il suo proclama d’allarme riguardo all’attacco con droni alla centrale nucleare di Barakah negli Emirati Arabi Uniti. Nonostante, oh miracolo, i livelli di radiazioni siano ancora “normali” e la corrente elettrica sia stata prontamente ripristinata, il signorino Grossi scrive su X (o come si chiama adesso il social degli indecisi) di una «grave preoccupazione». Attaccare impianti nucleari civili? Impossibile che qualcuno non l’abbia previsto, eppure ecco la sorpresa: «Sono inaccettabili e pericolosi per persone e ambiente». Grazie, Capitano Ovvio.

Nel frattempo, il nostro caro direttore ci tranquillizza dicendo che è in contatto con i “leader” del Golfo e promette che l’Aiea farà «tutto ciò che è nel suo mandato» per garantire la tanto sospirata sicurezza nucleare. Da bravo ambasciatore di pace, annuncia pure il suo imminente viaggio nella regione, chissà per contare quante altre preoccupazioni da parte di istituzioni che finora hanno fatto ben poco. Che sicurezza globale, eh?

Lo spettacolo delle mine nello Stretto di Hormuz

Da non perdere, la grande caccia alle mine nel nostro caro – e delicatissimo – Stretto di Hormuz. Secondo l’intelligence a stelle e strisce, le mine trovate sono una bella decina, roba da fare impallidire una partita a battaglia navale. Secondo i geni della Cbs News, prima si diceva fossero 12, ma adesso chissà. Mancano dettagli sui tipi di mine, e da quello che si intuisce la situazione sembra più un gioco del “tiro a segno” improvvisato da Teheran, che, manco a dirlo, non è nemmeno molto sicura di dove le ha messe.

Ma la chicca è questa: non solo sono in mezzo al mare senza una posizione certa, ma alcune sono così pigre o mal progettate che vengono trascinate qua e là dalle correnti marine, cambiando posizione come se fosse un karaoke di incertezza e panico sul Mediterraneo persiano. Insomma, riaprire il traffico marittimo tra guerre, mine vaganti e politici che si dicono preoccupati ma non muovono un dito è davvero il colmo della commedia internazionale.

Dal Senato degli Stati Uniti arriva una notizia che rischia di mandare in tilt il complesso equilibrio delle relazioni internazionali: dopo ben otto tentativi, finalmente una risoluzione trova un timido successo, mirata a limitare i poteri illimitati di Donald Trump in materia di guerra contro l’Iran. E chi l’avrebbe mai detto? Un senatore repubblicano, niente meno che Bill Cassidy della Louisiana, ha deciso di tradire la sua stessa fazione, regalando alla politica americana questa prima, fragile vittoria contro le ambizioni belliche presidenziali.

Si tratta di un voto preliminare, certo, ma che trasuda un’improvvisa e inspiegabile voglia di democrazia: il Senato potrebbe ora essere in grado di costringere Trump a ritirare le forze armate dall’Iran o, quantomeno, a presentare al Congresso una richiesta ufficiale per ogni futura azione militare. D’altronde, chi ha mai detto che il potere deve essere concentrato in mano a un singolo uomo?

Nel frattempo, mentre i protagonisti della politica tentano di gestire questa svolta improvvisa, sul fronte negoziale spunta un curioso rapporto del Wall Street Journal, che racconta un quadro tutto fuorché incoraggiante: i colloqui tra le autorità statunitensi e l’Iran non hanno fatto passi da gigante, anzi.

L’Iran insiste per la fine immediata delle ostilità, pretende aiuti finanziari da far sembrare un assegno regalo di Natale, reclama riparazioni di guerra e, come ciliegina sulla torta, vuole anche un ruolo attivo nella supervisione dello Stretto di Hormuz. Al che Washington si limita a scuotere la testa, ricordando che le loro richieste riguardo al programma nucleare iraniano sono tutt’altro che negoziabili.

Questa sostanziale immobilità, bolle secondo i mediatori regionali e funzionari con la sfera di cristallo, in una palude di incomprensioni senza fine, che fa dubitare seriamente dell’effettiva possibilità di raggiungere un accordo soddisfacente. Il tutto si svolge dopo che il sempre imprevedibile Trump ha lasciato tutti a bocca aperta annullando, dall’oggi al domani, attacchi militari che sembravano certa resistenza al conflitto. Motivo? Sviluppi positivi al tavolo delle trattative, ovviamente graditi anche dai tanto cari Paesi del Golfo. Certo, “possiamo fidarci”?

Un taglio alle ambizioni militari degli Stati Uniti nella Nato

E mentre la diplomazia fatica, arriva un’altra perla dal cuore di Washington. Tre fonti di sicurezza hanno confidato a Reuters – e chi siamo noi per dubitare? – che l’amministrazione di Trump ha intenzione di comunicare questa settimana agli alleati della Nato un’amara verità: la riduzione delle capacità militari statunitensi messe a disposizione per difendere i paesi europei in caso di crisi importante.

Nel sofisticato meccanismo conosciuto come “Nato Force Model”, i paesi membri di questa brillante alleanza indicano quali forze sono pronte a scattare in caso di conflitto o calamità, come un ipotetico attacco contro uno dei membri. Peccato che la composizione precisa di queste forze in “tempo di guerra” resti un segreto quasi sacro, e che ora il Pentagono abbia deciso, con una mossa a dir poco rivoluzionaria, di ridimensionare il proprio impegno.

A quanto pare, la grande leadership americana sembra voler giocare a fare il bradipo della sicurezza internazionale, lasciando così gli alleati europei a chiedersi se non stiano assistendo a un misto di strategia militare e colossale improvvisazione. Che dire? L’alleanza più forte del mondo si scopre forse più fragile di una vetrina di cristallo.

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