Guerra Iran, gli Usa e Israele fanno casino e noi seguiamo il teatrino in diretta

Guerra Iran, gli Usa e Israele fanno casino e noi seguiamo il teatrino in diretta

I segnali contraddittori provenienti da Washington e Teheran riescono a mantenere vivo il mistero e, soprattutto, la confusione su quale sarà il prossimo atto di quella che potremmo definire la tragicommedia nel Golfo Persico. L’ennesima trattativa è partita con un piano americano in 15 punti, roba da manuale di burocrazia: smontare il nucleare iraniano, sbloccare lo Stretto di Hormuz e, come premio di consolazione, togliere qualche sanzione. Chiaramente questa offerta è stata definita “eccessiva” dall’inarrestabile regime di Teheran, che ha pensato bene di mettere sul tavolo le proprie cinque condizioni, con il controllo dello Stretto come cavallo di battaglia indiscutibile.

Nel frattempo, i mediatori regionali, quegli instancabili pipistrelli della diplomazia, si stanno dando da fare per organizzare un incontro “ad alto livello” già questo weekend, con il Pakistan come sede di questo summit che promette scintille. La Casa Bianca, ovviamente, tiene botta, assicurando che “i negoziati continuano” con il tono della madre severa che avverte il figlio disubbidiente: Trump non è qui a fare la comparsa, ma “non sta bluffando ed è pronto a scatenare l’inferno” se l’accordo resterà solo un’idea da bar.

Tra minacce e paura: i protagonisti del teatrino

Donald Trump ha offerto un eclatante scoop dicendo:

“I negoziatori iraniani temono per la loro vita, convinti che Teheran possa eliminarli.”

Dichiarazione che più che rassicurare sembra voler sottolineare quanto sia fragile il “dialogo” e quanto gli stessi delegati iraniani siano intrappolati in un clima da thriller politico. L’idea di trattare a viso aperto sotto ricatto psicologico sarebbe già un’impresa ardua, ma evidentemente non impossibile, o almeno non per tutti.

Fuoco incrociato tra Beirut e Tel Aviv

Come se non bastasse il clima teso di una negoziazione dalle fondamenta assai traballanti, qualche missile ha deciso di prendere parola dal Libano verso Tel Aviv e le sue zone centrali. Un classico scambio di cortesia, lanciato da Hezbollah, quel gruppo che ama ricordare che in Medio Oriente nessuno si ritira senza lasciare una firma indelebile.

Sirene spiegate senza preavviso, la popolazione ha avuto la bellezza di un minuto per sfuggire dal destino a suon di esplosioni. Ma state tranquilli: le prime notizie ufficiali parlano di ordigni prontamente intercettati, perché la tecnologia, quella vera, non può mancare quando si mette in scena uno spettacolo così delicato.

La diplomazia alla prova dell’assurdo

Insomma, mentre i piani sembrano tessuti come un grande patchwork di richieste inconciliabili, minacce da fumetto d’azione e tensioni che oscillano tra la tragedia e il cabaret, siamo costretti a domandarci chi stia davvero cercando un accordo e chi invece reciti il ruolo di protagonista in una pantomima internazionale senza uno straccio di soluzione vera.

Le condizioni iraniane sono così categoriche che sembrano più una sfida epica che un vero tentativo di dialogo, mentre dall’altra parte si urla minacciosamente che “l’inferno è pronto”, come se bastasse un proclama per accendere il fuoco o spegnerlo. Nel mezzo, i mediatori cercano di cucire insieme brandelli di volontà politica, forse consapevoli che in questa partita nessuno, probabilmente, vuole vincere davvero.