Immaginate la scena: sedici sacerdoti piemontesi, la maggior parte della Diocesi di Torino, intenti a visitare il giardino del Getsemani sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme, quando improvvisamente le sirene cominciano a strillare come se fosse l’ultimo giorno sulla Terra. I messaggi di allarme lampeggiano e risuonano cupi sugli smartphone, interrompendo la pacifica visita. Sarà poi un dettaglio secondario che, proprio poche ore prima, un potente mix di Stati Uniti e Israele ha scatenato la pioggia di bombe sull’Iran, provocando la feroce reazione del regime degli ayatollah. Ma tranquilli, i nostri eroi religiosi sono riusciti rapidamente a trovare un rifugio sicuro, allo stesso modo di tutti gli altri pellegrini da ogni parte del globo.
La delegazione piemontese, composta anche da un diacono e due laici, si trova ora nell’accogliente convento Maronita, giusto a pochi passi dal Santo Sepolcro, nel cuore della Città Vecchia. E mentre la guerra infuria nelle periferie, lì dentro regna un’incertezza teatrale sull’ora del ritorno a casa. La figurina del pellegrinaggio si era messa in moto lunedì scorso, grazie all’Opera Pellegrinaggi, per un percorso che, be’, ti trasforma in guida per i cristiani che sognano di calcare la Terra Santa senza prendere una pallottola.
La Città Vecchia? Beh, per il momento sembra immune ai bombardamenti e i negozi, come in un castello sotto assedio, hanno ormai chiuso serrande e porte mentre le strade si svuotano di ogni presenza umana, dando un tocco apocalittico al tutto. Il ritorno in Italia era previsto per le 17, ma il destino, come sempre, si diverte a mantenere lo spettatore sulle spine. Don Daniele D’Aria, settantunenne della diocesi di Torino, fa sapere:
«Siamo in contatto con la compagnia aerea El Al, con il Ministero del Turismo israeliano e con il Consolato italiano, ma è troppo presto per avere informazioni certe.»
Curioso, vero? Un tranquillo pellegrinaggio si trasforma in un’avventura degna di un film di guerra. Giovedì scorso, prima che tutto iniziasse a scoppiare letteralmente, il gruppo ha avuto l’onore di incontrare niente meno che il patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa. In quella occasione, il tema non era la pace ma la donation alla popolazione palestinese, con un sottofondo di angoscia per la guerra imminente già tangibile tra chi abita queste terre.
I nostri bravi sacerdoti, sempre in modalità “cuore d’oro”, mantengono il filo diretto con le famiglie e i fedeli in Italia, tranquillizzandoli sulle loro “eccellenti” condizioni di sicurezza e benessere in questa partire del mondo dove ogni mezz’ora l’allarme risuona come una danza macabra. Don Eugenio Zampa, originario di Biella, racconta con la partecipazione di chi ha appena visto l’ennesima esplosione:
«Ogni mezz’ora suona l’allarme, abbiamo sentito passare aerei e qualche esplosione, ma la Città Vecchia è tranquilla, anche se deserta. Siamo usciti per prendere un caffè ed eravamo gli unici in giro.»
Insomma, fuori dallo scrigno religioso si continua serenamente a sparare, mentre il tragico elenco delle vittime cresce di minuto in minuto. E cosa rimane da fare a quei santi signori? Pregare, naturalmente. Perché, in fondo, la soluzione ai misteri della Terra Santa è sempre stata una questione di fede – o di pura rassegnazione.



