Finalmente la Knesset ha fatto il passo che tutti attendevano con ansia: introdurre la pena di morte in Israele per reati di terrorismo. Perché chi altro se non un terrorista abbastanza determinato da negare l’esistenza stessa dello Stato ebraico meritava un trattamento così gentile? Ecco la novità del secolo: l’esecuzione dovrà avvenire entro novanta giorni dalla condanna. Non preoccupatevi per le visite di conforto, i detenuti saranno isolati in strutture così segrete che nemmeno i loro affetti potranno disturbarli, e le conversazioni coi legali saranno solo via video, ovviamente per garantire il massimo dell’efficienza e della sicurezza.
Il dettaglio più rassicurante? Nessuna possibilità di appello, dimenticate quei fastidiosi ricorsi che allungano i tempi e complicano tutto. E per evitare qualunque discussione tra giudici, basta una maggioranza: l’unanimità è così anni ’90.
Donald Trump, dal canto suo, riscalda il clima con le sue solite minacce da bar dello sport internazionale: se i “negoziati” con Teheran dovessero fallire – infatti, nonostante affermi il contrario, l’Iran smentisce categoricamente – gli USA sono pronti a prendere di mira la rete energetica iraniana e persino l’isola strategica di Kharg. Una specie di “parola d’onore” resa pubblica nel suo primo post del giorno, perché nulla dice “stabilità mondiale” come sparare avvertimenti a distanza su piattaforme digitali.
Trump ha scritto su Truth che gli Stati Uniti stanno trattando “seriamente con un nuovo e più ragionevole regime” iraniano, ma che il famigerato piano in 15 punti presentato dagli ayatollah è “irrilevante”. Quale piano, quale dialogo? L’Iran, ovviamente, smentisce persino di aver partecipato a questi “colloqui” in Pakistan, alimentando quel magico balletto diplomatico che fa tanto spettacolo ma lascia poco spazio alla realtà.
Teheran e la chiusura dello Stretto di Hormuz: un capolavoro di realpolitik
Una dichiarazione da applausi quella di un funzionario iraniano riportata da Al Jazeera Arabic: nessuna nave attraverserà lo Stretto di Hormuz senza l’approvazione di Teheran – e ovviamente, con un controllo scrupoloso dei documenti. Tradotto: non fate i furbi, noi controlliamo tutto, perché se una nave trasporta merci per un paese “ostile” (la definizione, gentile come sempre, resta rigorosamente iraniana), nulla passa. Il tocco geniale? L’assicurazione che finora nessuna nave sospetta ha osato sfidare questa regola feroce, e nemmeno lo farà in futuro. Una bella dimostrazione di quella che potremmo definire “libertà di navigazione secondo l’Iran”.
Un’Onu sempre più affollata di tragedie, questa volta in Libano
Nel frattempo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si prepara a una riunione d’urgenza – richiesta dalla Francia, ovviamente – dopo la morte di tre caschi blu in Libano. Roba seria, che viene definita come “gravissimi incidenti” subiti dalla missione di pace UNIFIL. Nulla di nuovo sotto il sole, visto che tragedie del genere sembrano ormai un appuntamento fisso per una squadra di pace che garantisce sicurezza in una delle zone più instabili del pianeta.
Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha condannato con grande fermezza gli spari mortali, rispolverando il copione delle alte denunce ufficiali. Questione di tempi e modalità: mentre i discorsi ufficiali si susseguono tra indignazione e richieste di colpevoli, la triste lista delle vittime cresce nel frattempo, quasi come un macabro rituale diplomatico.
L’illustre Autorità britannica per le operazioni di commercio marittimo, nota per il suo tempismo impeccabile e le notizie tempestive, ha dichiarato con nonchalance che il colpo è avvenuto a 31 miglia nautiche a nord-ovest di Dubai. Non solo, ma il piccolo incidente ha provocato un incendio a bordo, perché, si sa, niente dice “giornata normale in mare” come un po’ di fuoco su una nave petroliera.
Ovviamente, l’UKMTO ha prontamente rassicurato il mondo intero che tutti i membri dell’equipaggio sono sani e salvi, e che nessuno è disperso. Pare che anche nelle circostanze più esplosive, il coraggio e la fortuna siano ben distribuiti tra i marinai coinvolti.
Resta il mistero sul “proiettile non identificato”, che suona tanto come una versione brillante di “è successo qualcosa, ma non sappiamo esattamente cosa”. Forse un nuovo tipo di arma sperimentale, o semplicemente un gesto poco gentile di qualche fanatico delle esplosioni metallurgiche.
Non è difficile immaginare i diplomatici di tutto il mondo scervellarsi per capire chi abbia il piacere di tenere alta la tensione in una delle zone più delicate e strategiche del pianeta, mentre in sottofondo il petrolio continua a bruciare – letteralmente e metaforicamente – i nervi di chi segue la vicenda.



