Oh, la gioia insita nel caos mediorientale! Gli Stati Uniti, con la loro proverbiale diplomazia da manuale, hanno deciso di colpire un deposito di munizioni a Isfahan. Nel frattempo, l’Iran, sempre così equanime, ha risposto graziando una petroliera kuwaitiana nelle placide acque del Golfo Persico. Morale della favola? Oltre tremila morti in poco più di un mese e il prezzo del petrolio che si diverte a fare bungee-jumping sopra i 107 dollari al barile. Immaginatevi la scena: Donald Trump, da ineffabile statista, punta il dito accusatore verso gli alleati europei, rei di non voler sudare per finanziare questo bellissimo teatrino. E cosa propone? Ah, niente di meno che farsi il petrolio da soli, come se fossero bambini troppo pigri per condividere il gelato.
Pronti, puntati, via: Francia e Spagna, da bravi esecutori, chiudono il loro spazio aereo ai voli militari a stelle e strisce. Intanto l’Italia, degna rappresentante del “non disturbate il manovratore”, si rifiuta di prestare la base di Sigonella per operazioni militari. Peccato che il ministro della Difesa Guido Crosetto abbia subito fatto spallucce, smentendo con un tocco di elegante ambiguità qualsiasi screzio con Washington. Non sia mai che si turbi l’armonia transatlantica.
E per la ciliegina sulla torta, a Baghdad una coraggiosissima giornalista freelance americana, Shelly Kittleson, finisce rapita da tipi legati alla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah. Non poteva mancare un po’ di pepe nella narrazione, giusto? Nel frattempo, il solito Trump minaccia di colpire l’hub petrolifero dell’isola di Kharg se l’Iran non decide di riaprire lo Stretto di Hormuz, come se fosse intento a giocare a ‘chi fa la guerra migliore’. Non contenti, le Guardie Rivoluzionarie si divertono a stilare una lista nera in stile “Dead or Alive” con Boeing, Tesla, Meta, Google e Apple sul podio delle minacce, con scadenza mercoledì sera. Che suspense!
Un teatro di crisi dal copione già visto
Le retoriche di guerra sono talmente prevedibili che sembrano scritte da un algoritmo stonato. Donald Trump si esibisce in promesse lampo che qualsiasi esperto saprà essere fiction politica: lasciare l’Iran entro 2-3 settimane, finire il lavoro e—guardate un po’—far crollare i prezzi della benzina. Come se fosse una specie di magia istantanea, ignorando accuratamente le dinamiche geopolitiche che rendono tutto questo un sogno da lungimiranti o da illusi cronici.
Nel frattempo, dall’alto del Pentagono, il capo dello stato maggiore congiunto Dan Caine annuncia con fierezza che gli americani hanno colpito oltre 11.000 obiettivi negli ultimi 30 giorni, seguiti dalle “prime missioni” dei bombardieri B-52 sopra il territorio iraniano. Un fatto epocale, naturalmente, che fa aumentare il tono del conflitto ma si spera anche la vendita di popcorn per chi segue la tragedia dal divano.
L’ordine del giorno: chi vuole più l’accordo?
Donald Trump, per rimanere nel solco della comicità involontaria, insiste che “l’Iran vuole l’accordo più di quanto lo vogliano gli Stati Uniti”. Ovviamente, la realtà deve essergli sfuggita nel briefing mattutino, perché nei fatti il negoziato sembra più un tango in cui nessuno si decide a mettere un piede nella pista.
In questo spettacolo da circo internazionale, le dichiarazioni audaci si rincorrono, i missili volano e le alleanze scricchiolano sotto il peso di interessi tanto economici quanto politici. Nel frattempo, però, chi paga il conto? Ovviamente, come al solito, i soliti ignari cittadini, intrappolati in una realtà dove i drammi umani si trasformano in spunti di marketing per chi spara parole senza prendersi alcuna responsabilità.
Ah, l’infallibile Donald Trump torna a deliziarci con le sue profezie energetiche, questa volta promettendo che gli Stati Uniti lasceranno l’Iran entro “due o tre settimane”. E come ciliegina sulla torta, la conclusione è pure da manuale: “Finiremo il lavoro e i prezzi della benzina crolleranno”. Perché, si sa, basta scrivere un tweet o una dichiarazione pomposa e tutto magicamente si sistema, specialmente quando il prezzo della benzina balla intorno ai 4 dollari al gallone—una cifra che evidentemente si risolve con una semplice ritirata.
Ovviamente, guardare la realtà è un optional. La realtà dice altro: questioni geopolitiche infinite, conflitti complessi e mercati petroliferi che non si governano con promesse da cowboy. Ma niente, a Trump basta menzionare “due, forse tre settimane” per far sembrare che tutto sia sotto controllo, come se fosse il proprietario del mondo invece che l’ex-presidente più chiacchierato d’America.
Quindi preparatevi, cari consumatori, perché dopo questa “fine del lavoro” che tuttavia non è ancora iniziata, i miracoli energetici si materializzeranno e la benzina calerà vertiginosamente. O almeno così si spera nelle prossime settimane… o mesi… o anni.



