«Il mio miglior consiglio per tutti qui presenti, che accogliamo con entusiasmo, è di attenersi scrupolosamente alle linee guida. Dopotutto, sono state create apposta per la vostra sicurezza e protezione». ECCO IL SORRISO DI CHI VUOLE SERIAMENTE TUTELARE LA LIBERTÀ.
Parola della ministra degli Emirati Arabi Uniti, Lana Nusseibeh, che ha pronunciato questa perla di saggezza in concomitanza con la notizia – segnalata dalla Cnn e confermata nientemeno che dal governo del Regno Unito – di un suo concittadino britannico finito nel mirino delle leggi emiratine sui crimini informatici.
Il cittadino in questione, 60 anni, in visita a Dubai per una vacanza (perché ovviamente non c’è nulla di più rischioso al mondo che divertirsi negli Emirati); è stato incriminato per aver violato una legge che vieta, udite udite, la pubblicazione o condivisione di qualsiasi materiale che potrebbe «turbare la sicurezza pubblica» – una definizione volutamente vaga e comoda, lo sappiamo.
La soave denuncia è giunta da Detained in Dubai, un’organizzazione il cui nome non lascia certo spazio a dubbi, che si occupa di assistenza legale proprio negli Emirati Arabi Uniti.
Come se non bastasse, la responsabile dell’organizzazione, Radha Stirling, ha ironicamente spiegato al Guardian la natura di questa sofisticata sorveglianza e repressione online:
«Ci sono una miriade di immagini, video e notizie che circolano sul conflitto. La gente pensa, ingenuamente, che se un contenuto è già stato ampiamente pubblicato o condiviso dai media, allora è lecito replicarlo o commentarlo. Negli Emirati Arabi Uniti invece, questa supposizione può farvi terminare in guai seri – se non peggio. Alcuni giornalisti sono venuti apposta a Dubai per filmare le intercettazioni di missili e hanno mandato i video dall’estero, ma chiunque qui dentro che condivide o commenta quei contenuti potrebbe improvvisamente vedersi accusato di diffondere voci pericolose o mettere a rischio la sicurezza pubblica».
Social Network? Solo se vi va bene essere spiati e perseguiti
Il quadro è brillante: Israele vieta live streaming che mostrano panorami cittadini durante attacchi missilistici, immagini con dettagli su siti colpiti o qualsiasi informazione su piani militari e difese aeree. Figurarsi poi Iran e le monarchie del Golfo, le quali, come ogni giorno che passa, affinano la loro capacità di imporre restrizioni impeccabilmente rigorose e dettagliate.
Per esempio, un recente avviso governativo (sì, proprio quei messaggi irresistibili che arrivano via e-mail e SMS, perché odiamo coloro che non rispettano la “comunità sicura”) ammonisce:
«Fotografare o condividere immagini di siti di sicurezza o critici, o ripubblicare informazioni non verificate, può scatenare azioni legali e minacciare la sicurezza e stabilità nazionale. Il rispetto delle norme non è un optional: mantiene la comunità sicura e stabile».
Un vero inno alla trasparenza, certo. E ancora:
«Riflettete bene prima di condividere qualsiasi cosa. Diffondere voci è un reato».
Come se non bastasse, l’ambasciata britannica negli Emirati Arabi Uniti ha gentilmente ricordato in un post su X (la piattaforma che ormai non sorprende più nessuno):
«Le autorità locali sconsigliano di fotografare, pubblicare o condividere immagini di incidenti, danni da proiettili, strutture governative o missioni diplomatiche. I cittadini britannici devono rispettare le leggi emiratine, altrimenti si rischiano multe, detenzioni o addirittura l’espulsione».
Insomma, un paradiso per chi ama la libertà di espressione, il diritto all’informazione e la trasparenza, e un piccolo incubo per chi osa soltanto respirare un po’ troppo forte.



