Grandi avverte: ai Giochi per i rifugiati il mondo si prepara a replicare il disastro del 1939

Grandi avverte: ai Giochi per i rifugiati il mondo si prepara a replicare il disastro del 1939

Immaginate la sceneggiatura: un diplomatico, quello stesso che ha avuto l’onore (o la sventura) di portare i rifugiati ai Giochi Olimpici, ora brandisce con orgoglio la bandiera a cinque cerchi durante la sfilata. Davvero, uno spettacolo di quelli che farebbero arrossire persino i più navigati registi hollywoodiani, se solo fossero abituati alla realtà amalfitana della diplomazia e delle sfilate olimpiche.

Il diplomatico in questione, che non si fa certo problemi a mettere la faccia in prima linea, ha trasformato un’operazione umanitaria in un evento mediatico degno di nota, con quel tocco di teatralità che ovviamente non poteva mancare in uno scenario tanto patinato quanto contraddittorio come quello delle sfilate olimpiche. Non è fantastico come si possa essere elevati da semplice diplomatico a icona di un movimento, tutto grazie a un gesto simbolico? E tutto questo sotto il riflettore mondiale, ovviamente.

Ma andiamo oltre la facciata patinata e guardiamo con occhio critico la situazione: il gesto, tanto applaudito dai media e dalle istituzioni sportive, nasconde una realtà ben più spinosa. I rifugiati, protagonisti di questo spettacolo olimpico, restano alla mercé di sistemi burocratici che spesso solo celebrano la loro presenza senza mai affrontare davvero le cause del loro esilio. Come si dice? Tanto fumo, poco arrosto.

Un trionfo di formalità in mezzo alle contraddizioni

Non mancano certo le ironie nel fatto che chi lotta per i diritti umani e per la dignità dei rifugiati si ritrovi a dover sfoggiare una bandiera in sfilata, mentre dietro le quinte le politiche migratorie continuano a produrre muri, respingimenti e, naturalmente, burocrati impegnati a spiegare perché nulla cambia. La bandiera a cinque cerchi diventa così un simbolo ambiguo: da una parte l’unità e la fratellanza universale, dall’altra l’ennesima gigantesca messinscena per distrarre l’opinione pubblica.

La domanda resta inevitabile: quale reale impatto potrà mai avere questa coreografia così perfettamente studiata? La risposta è tanto semplice quanto disarmante: nessuno, perché i veri problemi restano ignorati, sepolti da una copertura mediatica che premia le immagini più patinate e le storie meno scomode.

Diplomazia e spettacolo: un binomio inscindibile

Il diplomatico in questione si è trasformato in un simbolo vivente, ma chiaramente questo status non fa che amplificare la distanza tra le buone intenzioni e la dura realtà. Quel gesto illuminato, che lo ha portato a sfilare sotto gli occhi di tutto il mondo, serve più a lenire le coscienze occidentali che a scardinare i meccanismi che causano il dramma dei rifugiati. Egli rappresenta la perfetta incarnazione di una diplomazia spettacolarizzata che ha scelto l’apparenza al posto della sostanza.

Se la sindrome dell’immagine plastificata è ormai dilagante, questo episodio ne è una testimonianza emblemativa: la sensazione è che ci troviamo davanti ad uno spettacolo di fumo negli occhi, colorato e coinvolgente, perfetto per la foto di rito ma arido di soluzioni concrete. Ancora una volta, la platea applaude, ignara del fatto che tutto rimane come prima.