Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance ha lanciato accuse alla nazione persiana per la sua presunta incapacità di soddisfare le richieste fondamentali degli Stati Uniti durante i colloqui nucleari in Svizzera. Peccato che il ministro degli esteri iraniano sia stato un po’ più ottimista, dichiarando persino di aver raggiunto un’intesa sui “principi guida” delle trattative. Sempre che ci crediate.
Non poteva mancare la solita conferenza stampa dove la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha gettato benzina sul fuoco, elencando “molte ragioni e argomenti” per un attacco contro Teheran. Eppure, con grande magnanimità, ha ribadito che è la diplomazia il primo ed esclusivo approccio. Come dire, spariamo per scherzo ma facciamo finta che stiamo parlando civilmente.
Karoline Leavitt ha detto:
“Il presidente ha sempre chiarito che, riguardo all’Iran o a qualsiasi altro paese nel mondo, la diplomazia è sempre la sua prima scelta. E l’Iran sarebbe molto saggio a fare un accordo con il presidente Trump e questa amministrazione.”
Una perla di saggezza, soprattutto dopo l’incredibile “successo” di giugno scorso, quando bombardieri stealth americani hanno colpito tre impianti nucleari iraniani con quella che qualcuno si ostina a chiamare Operazione Midnight Hammer. Un’operazione così “ben riuscita” da lasciare margini per eventuali future repliche.
Certamente, la Casa Bianca non si è stancata di ripetere che la speranza è una soluzione diplomatica, ma i giornali americani, sempre pragmatica fonte di tranquillità, sostengono che un attacco potrebbe arrivare ben prima di Pasqua. E noi qui a sperare che sia solo una bufala da prima pagina.
Un Equilibrio “Estremamente Pericoloso”
Nel frattempo, Stati Uniti e Iran sembrano impegnati nella gara a chi fa più rumoroso il proprio arsenale militare nel Medio Oriente petrolifero. Da una parte, Washington ha incrementato la sua flotta aerea e navale con una precisione chirurgica; dall’altra, Teheran si diverte con esercitazioni militari nello stretto di Hormuz e, udite udite, annuncia manovre navali con gli amici russi nel Mar d’Oman.
L’analista senior per il Medio Oriente della Oxford Analytica, Laura James, ha definito la situazione “estremamente pericolosa”. Tradotto in parole povere, siamo a un passo dal baratro: il conflitto armato sembra più vicino che mai, e non è una buona notizia per nessuno—tranne forse per chi vende armi.
Laura James ha spiegato:
“Quel che preoccupa in particolare nelle ultime 24 ore è la rapidità con cui gli Stati Uniti stanno rinforzando la loro potenza aerea nella regione. Certo, potrebbe essere solo un segnale di pressione per una soluzione diplomatica. Ma più aerei e attrezzature arrivano, più questa tattica diventa costosa — e quindi il risultato diplomatico atteso deve essere più sostanzioso. Il problema è che non si vede come Teheran possa offrire nemmeno il minimo che Washington richiede.”
Il Pantalone dello Stretto di Hormuz
Naturalmente, tutti tengono gli occhi incollati sullo Stretto di Hormuz, quella stretta fetta di mare che fa da tappo a circa un terzo del petrolio marittimo mondiale. Non proprio un dettaglio da niente, no? L’Iran ha fatto il simpatico chiudendo parzialmente lo stretto per “precauzioni di sicurezza.” Ah, la sicurezza!
Le forze armate iraniane si sono cimentate in esercitazioni intitolate “Controllo Intelligente dello Stretto di Hormuz”, come se potessimo rimanere calmi di fronte a simili nomi enfatici. Dopo tutto, il 2026 è l’anno perfetto per scegliere titoli da cinema d’azione.
Nel 2025, circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno sono transitati attraverso questo passaggio strategico, rappresentando il 31% del commercio mondiale marittimo di greggio. Insomma, spegnere l’interruttore significa mandare in tilt l’economia globale, ma chissene, no?
I prezzi del petrolio hanno risposto prontamente, salendo non di poco, come se volessero partecipare all’intrigo geopolitico. Il Brent ha guadagnato l’1,7% facendo capolino a 71,54 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha fatto beffa con un +1,8%, arrivando a 66,33 dollari.
Insomma, cari lettori, tra minacce militari, dialettica da stand-up comedy politica e giochi di potere nella sabbia, l’ultimo atto dello scontro tra Stati Uniti e Iran si avvicina. Preparatevi a una nuova puntata di questo appassionante feuilleton, condito naturalmente da un pizzico di ironia… o disperazione, a seconda dei gusti.



