Ah, la solita “misavventura” americana-israeliana in Medio Oriente, questa volta con protagonista l’iraniana. L’ambasciatore russo nel Regno Unito, Andrei Kelin, ha avuto la cortesia di svelarci l’arcano mistero di questa guerra che nessuno capisce fino in fondo, men che meno gli stessi protagonisti: un conflitto le cui ragioni e piani d’uscita sono ancora più nebulosi di un thriller sci-fi mal scritto.
In una intervista a CNBC, Kelin ha mostrato una “profonda simpatia” verso Teheran, definendo la migliore conclusione di questo caos un evidente fallimento di senso. Per i meno avvezzi alla diplomazia, tradotto significa “lasciate che si sbattano da soli, grazie”.
Kelin ci ha spiegato il difficile enigma delle intenzioni americane: “Stiamo ancora cercando di capire quali siano gli obiettivi del presidente Trump in questa campagna”. Peccato che, a giudicare dai disastri accumulati, sembra più che altro una sorta di gioco dell’oca senza meta.
Insomma, con tutta l’arroganza che vi si può immaginare, nessuno sa bene a cosa si punti, eppure si continua a picchiare pesante, con colpi micidiali su Teheran e traffico interrotto nello strategico Stretto di Hormuz. Un po’ come chi fa casino in mezzo alla strada senza sapere perché.
La Casa Bianca, nel frattempo, giura che l’“Operazione Furia Epica” (nomen omen), lanciata il 28 febbraio, avesse chiarissimi obiettivi: distruggere missili, marina, capacità di produzione e, naturalmente, tagliare i ponti a qualsiasi supporto dell’Iran verso proxy fastidiosi qua e là nel globo, il tutto per evitare che Teheran sviluppi mai un nucleare.
Ecco cosa ha detto Kelin, con una spolverata di ironia che fa sempre piacere: “Abbiamo molta simpatia per l’Iran, ma anche per gli Stati del Golfo Persico, è ovvio. Non capisco la posizione che vede l’Iran come unico colpevole; questa crisi è iniziata con l’aggressione di Israele e degli USA ed era in corso nel bel mezzo di trattative sul programma nucleare iraniano.”
Kelin quindi ci ricorda che tutto nasce da una scaramuccia militare a cui, quella sì, qualcuno avrebbe dovuto dire “fermate le macchine” prima dell’inizio delle danze. Quel bizzarro modo di fare diplomazia che assomiglia più a fare il tiro al bersaglio su una fabbrica di piombo.
Tra un inviato che parla di pace e un presidente che manda “messaggi in bottiglia”, Putin si è premurato di inviare il suo incoraggiamento alla nuova leadership iraniana, ricordando che la Russia “rimane il partner affidabile della Repubblica Islamica”. Ci fa tanto piacere sapere che tra alleanze strategiche e strategie militari c’è sempre un filino di trasparenza e coerenza…
Kelin però è vaghissimo – ovviamente – sui dettagli militari, preferendo il bon ton diplomatico con un eloquente “non commento”. È proprio così che si costruiscono i grandi partenariati strategici, no? L’arte del discreto silenzio.
Una partita strategica piena di ombre e droni
Mentre il conflitto si espande, non stupisce che il Regno Unito veda la “mano nascosta” di Putin dietro le tattiche iraniane e la materializzazione di alcune capacità militari di Teheran. Da quel lato, si contano più di 2.000 droni Shahed lanciati nel Medio Oriente dall’inizio delle ostilità, modelli iraniani utilizzati abbondantemente anche nella “guerra parallela” in Ucraina.
Il tutto sotto gli occhi di un mondo diplomatico che, tra una trattativa incompiuta e l’altra, fatica a trovare anche una pallida luce in fondo a un tunnel sempre più nero di caos e contraddizioni.
La situazione in Ucraina: la “sconfitta” imminente
Come se non bastasse, Kelin si sente in dovere di commentare anche la faccenda ucraina: a suo dire, Kiev sta (guarda guarda) “in modo costante e definitivo” dirigendosi verso la sconfitta dopo quattro anni – ormai cinque – di conflitto interminabile. Darà un effetto catartico questa profezia che si autoavvera?
In un mondo diplomatico dove nulla è chiaro, una cosa però emerge: tra alleanze “non alleanze”, strategie indecifrabili e guerre senza fine, sembra proprio che i grandi attori giochino a nascondino con il futuro delle nazioni, tra sorrisi forzati e simulazioni di simpatia.
Insomma, se volessimo fare un riassunto in stile reality show dall’assenza di sceneggiatura e vergogna, potremmo dire che questo “teatro” geopolitico produce battute assurde, inciampi diplomatici e soprattutto un pubblico pagante che paga per vedere il caos senza alcuna spiegazione credibile.
Che dire: la situazione sul campo in Donbas si presenta come un classico caso di “fermo immagine”. Secondo Sergei Kelin, portavoce militare russo, la pausa invernale ha regalato alle truppe russe un momento di riflessione sullo stato delle strade, deteriorate a tal punto da sembrare quello che in gergo militare si definirebbe “un problema primaverile”. Ma niente paura, perché adesso si sta lavorando sodo e, a quanto pare, il controllo di un misero 10% del territorio del Donbas è ancora un miraggio. Un traguardo tutto da costruire, insomma.
Questa brillante analisi arriva mentre Volodymyr Zelenskyy, presidente ucraino, ci ricorda che oltre 1,3 milioni di soldati russi sono stati tra morti e feriti da quando il Cremlino ha deciso di “fare una capatina” in Ucraina nel febbraio 2022. Naturalmente, non possiamo verificare la precisione di questi dati, ma la narrativa è quanto mai chiara: è un massacro senza precedenti.
Se poi andiamo a leggere un rapporto di gennaio del Center for Strategic and International Studies, scopriamo che le perdite russe sul campo sono molto, ma molto più alte di quelle ucraine, queste ultime comunque stimate tra 500.000 e 600.000 vittime. Un curioso modo di minimizzare l’entità della tragedia, ma del resto è sempre la cronaca di guerra a decidere cosa fare rilucere e cosa invece nascondere.
Ma ecco che Kelin, nonostante tutto il disastro, rimane fiducioso che un accordo diplomatico con Kyiv arriverà prima o poi. Quando? Mistero, ma nel frattempo urlate tutti insieme con lui: “La soluzione diplomatica è più che necessaria!”
Ovviamente, la colpa di questo incredibile stallo è anche – perché no? – degli Stati Uniti, che “stanno giocando un ruolo costruttivo”. Non specifica se questo ruolo sia più simile a quello di un saggio mediatore o a quello di un birillo lanciato in mezzo alla pista di bowling. Kelin aggiunge che, dato che l’Europa preferisce armare e finanziare l’Ucraina fino all’ultimo respiro, nessuno pare troppo impegnato a spingere per una soluzione diplomatica. Quindi, aspettatevi “ancora un po’ di tempo” almeno.
Nel frattempo, i negoziati sponsorizzati dagli USA per la pace in Ucraina sono finiti in pausa, causa conflitto in Iran. Come se non bastasse, il delegato statunitense Steve Witkoff ha annunciato che ora potrebbero riprendere solo la prossima settimana. Nel frattempo, Zelenskyy chiede agli Stati Uniti di mantenere le sanzioni su Mosca, ma la Casa Bianca pare decisa a sospenderle temporaneamente per il petrolio russo trasportato via mare. Un bel pasticcio diplomtico degno di una telenovela estiva.
Intanto, l’Unione Europea, rappresentata dalla sua faraonica responsabile della politica estera Kaja Kallas, ha sentenziato che sembra proprio non esserci “fine in vista” all’invasione russa, con l’esercito di Mosca che, secondo la sua lucida analisi, è “impantanato” mentre l’economia sta precipitando nel baratro. Da notare la sua perla di saggezza: se l’esercito ucraino deve rimanere limitato, lo dovrebbe essere anche quello russo. Una proposta rivoluzionaria che scuote le fondamenta della strategia diplomatica contemporanea.
Se siete tra coloro che adorano il realismo politico, continuate a seguire la saga infinita della guerra in Ucraina, tra silenzi, pause, riprese e tante, tantissime promesse diplomatiche al vento.



