«Borgio vive». No, non è lo slogan di una nuova serie tv o di una pubblicità geniale, ma la scritta, spruzzata con uno spray sull’immancabile striscione granata che farà la sua comoda comparsa domenica allo stadio del Torino. Tra via Nizza e largo Marconi, invece, sopravvivono fiori stanchi ma non ancora piegati dalla pioggia, cinque giorni dopo il tragico evento. «Borgio vive» rimbomba nelle chat, si riversa sui messaggi che scivolano da migliaia di telefoni, si traduce in raccolte fondi intraprese da amici per le vittime della strada. E le parole d’amore, quelle sì, resistono invincibili, senza lavaggi, ancora attaccate a lettere sgualcite. Su un marciapiede di San Salvario, tra un sushi e un convento di suore, il ricordo di “Borgio” non è solo un luogo del passato ma il santuario permanente del presente.
Da venerdì notte, quel pezzo di asfalto è il monumento eterno al povero Davide Borgione. Non il luogo dove si è spento, no. Un posto molto più serio: quello in cui il suo mito continua a sopravvivere, snocciolando ipocrisie e silenzi sotto la luce smorta della città.
Il racconto amaro di una banalità più che mortale
L’incrocio di quella tragedia, dove Davide, solo 19 anni, è stato trovato riverso con la testa spaccata accanto alla sua bici elettrica (noleggiata, perché tanto il futuro è noleggiare tutto, persino la sua libertà di movimento), non è semplicemente il teatro di un destino crudele. No, è il simbolo perfetto della banalità del male, un perverso salotto degli orrori urbani. Un punto focale dove due sciacalli hanno pensato bene di inchiodare l’inerme ragazzo per saccheggiarlo come se fossimo in un vecchio film noir.
Curiosamente, proprio lì dove Davide è morto, risiedono anche i suoi salvatori improvvisati: giovani concittadini che hanno scrutato la scena, si sono fatti prendere dal dovere civico o dalla curiosità morbosa, e sono corsi a chiamare i soccorsi. Il primo dei quali, Luca, ha raccontato di aver notato una sagoma, lì vicino alla pista ciclabile, quasi in mezzo alla strada. Allegramente illuminata perfino di notte, un autentico faro per l’indifferenza cittadina. Eppure solo lui si è fermato. Gli altri, fortunatamente non menzionati, hanno preferito fare gli spettatori. D’altronde, chi ha tempo per fermarsi quando c’è un mondo di indifferenza da preservare?
Luca non si prende meriti da supereroe, si limita all’essenziale: un “dovere morale”. Come Kelvin, un altro angelo della notte, appena arrivato su un furgone, che con due colleghi ha cercato di limitare i danni chiamando l’ambulanza nel momento in cui Davide dava ancora qualche segno di vita.
Per coloro che amano il dramma, la dea chiamata “procuratrice” fa il suo ingresso sulle scene incriminate con la solita paranoia investigativa: telecamere multiple hanno ripreso il susseguirsi di eventi. Primi fra tutti, l’impatto iniziale con la pista ciclabile per un improbabile “dosso” che Davide avrebbe “preso”, frase – dimenticate – pronunciata dal conducente del veicolo coinvolto, indagato per omissione di soccorso, perché scappare senza nemmeno un cenno di pietà è il nuovo trend della città.
Seguono quindi i saccheggiatori, accoliti dell’egoismo e dell’opportunismo più bieco, che invece di aiutare hanno scelto di rubare il portafoglio al ragazzo morto o morente. Un dettaglio che rapisce perfettamente l’essenza del contesto: l’orrore che diventa mercato, la sofferenza strumentalizzata a svendita.
Kelvin ricorda con una sincerità tanto disarmante quanto fastidiosa:
“Abbiamo subito chiamato l’ambulanza e segnalato il pericolo per le auto in arrivo, cercando di evitare che altri incidenti accadessero. Solo più tardi, leggendo le notizie sui giornali, abbiamo scoperto del furto del portafoglio. Un gesto che indignerebbe chiunque, ma ancor di più per il contesto drammatico in cui avveniva.”
L’ambulanza, oh mia gioia, è arrivata dopo venti interminabili minuti. Un’eternità per chi dovrebbe essere protetto, qui, dove la giungla cittadina viaggia a velocità inconsapevoli di umanità. E così, nell’indifferenza composta di una metropoli che finge di essere cuore pulsante, Davide Borgione si consuma come una vittima di troppo. Ma – ribadiamolo – Borgio vive, continua a vivere attraverso il grido silenzioso di chi vorrebbe svegliarsi da questo incubo di egoismi e silenzi.
Avete presente quella cosa chiamata “umanità”? Ecco, a Torino l’hanno riscoperta, tra amici d’infanzia e raccolte fondi tra sconosciuti via Instagram. Lorenzo, Jack, Marco, Pietro e Riccardo, cinque liceali parecchio in gamba, hanno avuto l’idea geniale di raccogliere soldi per una corona di fiori e uno striscione da esporre nella curva Maratona in onore di Davide Borgione, quell’anima sfortunata travolta dalla vita – o meglio, da un destino crudele.
La cosa più assurda? Quel link improvvisato, in poche ore, è diventato virale come più non si poteva. Cinquemila euro raccolti da chiunque: dai liceali economicamente sacrificati a genitori pronti a versare centinaia di euro, fino a comunità che si occupano di minorenni bisognosi. E da questa sgangherata solidarietà è nata un’idea degna di nota: un fondo per aiutare le famiglie delle vittime della strada che non possono permettersi un avvocato decente. Ah, la nobiltà del bene!
Questi ragazzi sono gli angeli di Torino, veri paladini della “normalità” buona, mentre il mondo va a rotoli. Che dire? Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. “Borgio vive,” dicono, e non è solo una frase vuota, ma un atto di resistenza umano e civile, contro l’indifferenza che spesso imperversa.

