Giovanni Veronesi svela il segreto per la vita: un’oliva a cena e niente drammi alla Monicelli

Giovanni Veronesi svela il segreto per la vita: un’oliva a cena e niente drammi alla Monicelli

«Il potere è sempre stato la nemesi della risata», così ci regala saggezza Giovanni Veronesi, che ha deciso di chiudere il cerchio della propria vita con un film dal titolo profetico, Dio ride, perché evidentemente senza una buona dose di ironia, oggi più che mai, si rischia di impazzire. Fresco di ritorno dal Riviera Film Festival e pronto per il Fandango Live a Lecce, il nostro eroe nostrano si concede un momento di commozione – o forse è nostalgia – citando i suoi miti: Francesco Nuti, che lo ha scoperto, e niente meno che Mario Monicelli, il maestro per eccellenza. Prima di proseguire nel suo racconto da cinefilo incallito, gettiamoci nel vortice delle sue opinioni sui premi David di Donatello.

La sua impressione sui premi? Beh, sembra un po’ come quelle cene interminabili di famiglia dove speri solo che finiscano presto: «La trasmissione era lunga, ma se me ne dessero uno all’una e mezza lo prenderei lo stesso». E poi questa meravigliosa riflessione sullo snobismo verso la commedia italiana: «Almeno ai David non fanno più tanto i preziosi, hanno finalmente capito che fare commedia è un’impresa titanica e hanno cominciato a premiarla. Il vero problema è che il potere, quello vero, continua a nutrire una subdola avversione contro la risata». E come se non bastasse, nel perfetto stile della tragedia comica, ammette che negli ultimi 25 anni le commedie italiane non sono state esattamente capolavori, tanto da far perdere fiducia al pubblico.

Passiamo ai piaceri evidenti: Buen Camino ha fatto il botto al botteghino, il che significa che non tutto è perduto. Veronesi si prende il tempo per lodare Checco Zalone, quel maratoneta della comicità italiana, «un tipo generoso che ha pure composto le musiche per i miei due film sui moschettieri». E qui la domanda sorge spontanea: ci sarà un terzo capitolo? «Per ora no, lascio che invecchino un po’, li voglio decrepiti, magari con Favino che si muove a fatica». Nel frattempo, il duo Favino e Buy è confermato protagonista del suo nuovo film. «Buy? La chiamo sempre perché è una fuoriclasse, l’attrice italiana migliore insieme a Laura Morante, che mi piacerebbe direzionare prima o poi. E con Favino sarà il nostro terzo film insieme, praticamente una costante. Dio ride uscirà a ottobre e, guarda caso, ci sarà pure Silvio Orlando con loro due.»

Ma parliamo di cose serie: il cinema italiano sta affrontando una crisi che, citiamo testualmente, non è solo «momento» ma un vero e proprio cataclisma. E il protagonista di questa storia è il solito tizio: la politica. Secondo Veronesi, la politica “pura” si è sempre fregata altamente del cinema, tranne una luminosa eccezione, il Veltroni di turno, che ama tanto il cinema da fare il regista per mestiere. Peccato che passare dall’amore per la celluloide al ruolo di ministro richieda ben più che emotività: serve passione, dedizione, e soprattutto capacità di «curare un animale ferito», ovvero un’industria fragile e abbandonata.

E qui l’analogia con gli “animali” nella strada non è casuale. Esisterebbero due specie di persone, quelle che si fermano a soccorrere la bestiola ferita e quelle che, pur sentendone il peso, proseguono imperterrite. Spoiler: in Italia, la cultura è sempre stata ferita a morte, ma nessuno si è mai degnato di fermarsi seriamente per curarla.

Chi sono questi “nessuno” di cui parla? Indovinate un po’? Proprio noi, gli addetti ai lavori, gli stessi che producono cinema ogni giorno ma che, evidentemente, preferiscono l’autogestione della disperazione. Gli scioperi? Funzionano, certo, se solo si potessero organizzare senza l’amnesia collettiva delle istituzioni. Secondo Veronesi, l’intero mondo audiovisivo si paralizzerebbe se registi, autori e produttori smettessero di lavorare anche solo per un attimo, ma, guarda il caso, niente di tutto ciò accade realmente.

Il boicottaggio dei David? Alla fine, quella protesta rovente si è tramutata in una semplice lettera letta al Quirinale. E come ciliegina sulla torta, la commossa ringraziamento verso ministri e governo vari ha sancito che non succederà un bel niente, o forse qualcosa di infinitesimale. Fortunato il cinema che, nonostante le bastonate e gli inciampi istituzionali, si erge con la sua eterna resilienza, più potente di qualsiasi indifferenza umana.

Se dovesse nominare una maestra, Veronesi non ci pensa su due volte: Kathryn Bigelow, pioniera e regina del cinema d’azione con un tocco distintivo tutto al femminile. Da Point Break a Strange Days, la sua capacità di raccontare storie intense senza cadere nei cliché maschili le vale l’ammirazione del nostro cineasta.

Il fascino del passato e i maestri al cinema

Tra un ricordo e l’altro spunta la figura di Mario Monicelli, che per Veronesi non è solo un maestro, ma un faro in un mare agitato. Dalla sua voce emerge una nostalgia palpabile per un cinema che non solo sapeva far ridere, ma anche emozionare e mettere in crisi lo spettatore con intelligenza e ironia. Oggi però, quel tipo di cinema rischia di essere relegato a un lusso per pochi, un’attività sospesa nell’ambito di un’industria che fatica a mantenere stabili investimenti e attenzione.

Il quadro che emerge, tra humor e amarezza, è quello di un’industria culturale trattata come un punto interrogativo irrisolto delle politiche culturali italiane: un gioiello sputt**nato dall’indifferenza e dal terrorismo burocratico.

Giovanni Veronesi ha deciso di ridefinire il proprio percorso artistico con Dio ride, un film che promette di essere più di una semplice commedia. Nel mentre si prepara a farci ridere e riflettere, ci offre lo spunto per pensare a quanto la risata – quella vera, non la smorfia di circostanza – sia un baluardo di sopravvivenza in un’Italia che continua a ignorare sistematicamente il valore del suo cinema.

Negli ultimi anni, ho passato un sacco di tempo con Monicelli. E guarda un po’, è stato fondamentale per me, perché mi ha confermato un’illuminazione geniale: prendersi troppo sul serio è da deficienti. Che brillantezze, eh?

Ricordo bene uno dei suoi saggi consigli. Mi disse che i registi non devono mai portarsi appresso né l’ombrello né il trolley – perché chissà, forse confidava in un apocalisse con cappa e spada –, e che per campare cent’anni, la ricetta è semplice: mangiare poco, ascoltare la radio e far man bassa di quadrucci in brodo con un tocco serale di Grana e un’oliva. Ah, la cucina gourmet alla Monicelli!

Il suo mantra era che l’Italia non fosse proprio un Eden per i giovani. Sul serio, ha persino dedicato a questa triste verità una trasmissione radiofonica. Dieci anni fa, ogni giorno chiamava un ragazzo emigrato per chiedergli perché avesse scelto la fuga e cosa trovasse di stimolante all’estero. La risposta univoca? Qui non si arriva alla fine del mese, non c’è lavoro, e i sogni, quelli veri, bisogna lasciarli al palo. Perché è chiaro, intimare a un diciottenne di mettere da parte i propri sogni è la mossa più furba della politica sociale italiana.

Ha poi sottolineato come, quando una generazione di ventenni smette di sognare, si perde una grossa fetta del futuro sociale. Semplice, no? Manca il lavoro, allora i sogni volano altrove. Ma esattamente cosa dovrebbe mancare al cinema italiano? Autori? Attori? Idee?

La risposta da manuale della dissacrazione: la passione di chi mette i soldi. Ormai, care anime perdute, è tutto in mano a multinazionali senza un briciolo di interesse per la sala cinematografica. Si producono film a raffica esclusivamente per le piattaforme digitali, snaturando quel che di originale il cinema ancora poteva vantare.

Ricordo che sarebbe importantissimo spiegare alle nuove leve che, a soli 8 euro, si acquista lo spettacolo più economico al mondo, sul grande schermo, eterno e immortale – se poi ci riduci i costi, diventa un affare galattico.

Il cinema nelle scuole: miraggio o panacea?

Sembra ovvio che il cinema nelle scuole sarebbe un toccasana. Peccato che finisca tutto nel dimenticatoio perché manca l’informazione, anzi, la maniera di veicolarla ai giovani. Che genio questo sistema educativo, vero?

E se dovesse ringraziare qualcuno? Qualcuno che ha visto qualcosa di buono in lei quando ancora non era nessuno.

Francesco Nuti. Un altro che, a quanto pare, ha fiuto per il talento: ha assistito a uno spettacolo a dir poco pietoso a Prato, quando lei aveva appena 18 anni, e ha detto: “Questo è bravo”. Da allora? Amicizia eterna, una sorta di fratellanza fino a quando…

E se oggi incontrasse quel timido ragazzo con il foglio in mano e il cuore in gola? La risposta è perfetta nel suo cinismo.

“Quando andrai a raccontare il tuo film a un produttore, non fermarti al primo no. Aspetta il decimo. Poi, forse, arriverai al sì.” Perché si sa, la perseveranza è la virtù degli illusi – o forse dei più furbi.

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