«Mia figlia Camilla ha sei mesi, non l’abbiamo mai messa davanti alla tv e, sorpresa delle sorprese, non intendiamo farlo nemmeno per un bel po’. Però giovedì ho detto a mia moglie Chiara che quella volta avrebbe dovuto assistere con noi alla gara di Federica. Inconsapevole, certo, ma perdere uno spettacolo simile sarebbe stato un peccato troppo grande». Ah, la famiglia modello: niente cartoni animati, ma una dose extra di sport agonistico d’élite per l’erede. Chissà se almeno con le canzoncine natalizie si sorride.
Rompersi il tendine d’Achille un mese prima dei Giochi Olimpici? Grandiosa mossa del destino per Gian Marco Tamberi, che dopo aver maledetto tutto e tutti si è preso la rivincita, saltando dritto nell’oro cinque anni più tardi. Non da meno è stata la nostra Federica Brignone, il cui tempo tra dolore e gloria è stato assai più breve, ma non meno epico: frattura di tibia e perone, legamento sbriciolato, e in meno di un anno la trionfatrice olimpica. Fantastico, no? Il ginocchio, da mero pezzo di carne e ossa, si trasforma in una specie di reliquia sacra, capace di incassare botte e virate come se nulla fosse.
Il tendine d’Achille, poi, è il motore del salto per un atleta specializzato nell’alto. Romperlo equivale a un gran salto nel buio, letteralmente. Ma Federica e Gimbo lo hanno trasformato in una scintilla: luce fu. E vogliamo scommettere che nessuno, più di lei, abbia la reale padronanza dell’enormità di quello che ha fatto la Brignone?
Gianmarco Tamberi ci ha concesso qualche parola in esclusiva sull’argomento:
«In realtà, chi può davvero spiegarlo è proprio Federica. Io ci ho messo cinque anni per arrivare al mio risultato, lei solo dieci mesi. Ero lì che aspettavo di vederla gareggiare, a dirla tutta non avrei creduto che ce l’avrebbe fatta. Vincere sembrava un’utopia ed invece ha trasformato quel sogno in realtà».
Cosa ha provato a vederla scendere in pista?
«Ho sentito sulla mia pelle il suo recupero, era una sensazione quasi tangibile. Ci siamo scambiati qualche messaggio, a lei ho scritto tutta la mia ammirazione».
Cosa le ha risposto?
«Mi ha ringraziato, mi ha detto che sono un’ispirazione per tutti noi. Onestamente, credevo fosse impossibile replicare un’impresa simile».
E l’aspetto mentale? Brignone parla di un doppio binario: fisico e mentale. Anche lei è d’accordo?
«Sì. Devi riabilitare sia il corpo che la mente. Non è una passeggiata.»
Gli dei di Tokyo: dall’estasi al tormento
Come funziona, questa riabilitazione mentale? Prepariamoci a un quadro drammatico:
«È come vedere crollare un castello di certezze costruito a fatica. Perdi la fiducia nel tuo corpo, quello stesso corpo che fino a poco prima consideravi inarrestabile. Il recupero va in parallelo: la mente non può assolutamente rimanere indietro rispetto al fisico».
Brignone ha confessato che un oro olimpico non riesce mai a cancellare il dolore. Per lei, il trionfo di Tokyo è stato un mix devastante di piacere e sofferenza. E voi credevate fosse tutto rose e fiori?
«Tokyo resta la mia vittoria più bella, un capolavoro. Ma se potessi tornare indietro, mai e poi mai rifarei quell’esperienza, nemmeno sapendo come sarebbe andata a finire. Un infortunio ti porta via più di un pezzo del corpo, ti ruba un pezzo di anima. Ti senti tradito dal destino».
Che cosa spinge un atleta a sopportare il dolore oltre ogni limite, per poi tentare di riportare il proprio fisico all’antico splendore? Anche qui, la risposta è simile a un enigma filosofico.
«Non vorrei mettere in bocca a Federica parole che non sono sue. Ma posso dire che…»
Federica Brignone: “La vittoria non cancella il dolore. Ma è vero, ho fatto un capolavoro”
Raccontare la propria esperienza rende un personaggio quanto meno credibile. E Brignone di esperienza ne ha da vendere:
«La chiave per superare ogni ostacolo è saper vedere un’opportunità di grandezza dietro ogni tragedia. Per me, tornare alle Olimpiadi dopo un doloroso stop è stata proprio questa svolta. Un paradosso assurdo: l’infortunio diventa l’occasione che il destino ti concede per abbattere limiti che nemmeno sapevi di avere».
Crede che questa filosofia sia valida per tutti, anche per Federica?
«Non posso certo parlare per lei. Ma una cosa è certa: la sua vittoria resterà scolpita nella storia dello sport».
E che cosa lascia davvero dentro un percorso di recupero così estremo? La domanda resta aperta, come la sfida tra il dolore e il trionfo che definisce ogni grande campione di questa epoca di muscoli e volontà di ferro.
Facciamo un esempio, perché sembra che la percezione della realtà abbia fatto il classico salto mortale senza rete: «Se prima di quel disastroso infortunio un volo cancellato o un qualche tormento burocratico mi avesse impedito di presentarmi alla gara con un paio di giorni di anticipo, avrei avuto già la sensazione di aver perso tutto». Letteralmente, un dramma insormontabile. Poi, sorpresa delle sorprese, la scala delle difficoltà ha preso una piega piuttosto clamorosa e ha deciso di farci capire che la vita non è programmabile come un’agenda piena di post-it colorati.
Dopo aver solcato il podio più alto, Federica Brignone sorprendentemente ha dichiarato di non sentirsi affatto vecchia. Anzi, si sente più matura e, udite udite, con più energie – un miracolo della natura o forse solo una bella frase da intervista. Ma un oro, così tanto agognato, è per davvero una fonte inesauribile di soddisfazione? Ovviamente no.
Federica Brignone ha confessato:
«Speravo che quell’oro mi desse più appagamento. Invece, dopo Tokyo, sono tornata a fare quello che facevo prima, come nulla fosse successo. E così mi è preso il desiderio – forse malsano – di testare cosa succede quando esci dalla zona protetta, dalla bolla. E così eccomi qui, ancora a combattere con il mio corpo, la mia forza, la mia resistenza». Che poesia del faticare e del non fermarsi mai.



