In principio fu un giovane esordiente a prendere la parola: Thomas Nadalini ha avuto l’onore, o il peso, di inaugurare un’epoca, o almeno la gara di short track della staffetta mista. Uno spunto che sembra quasi un riassunto alla rovescia del destino azzurro: ostinati nel giocare in casa, fieri di sentirsi padroni del ghiaccio. Nadalini ha dichiarato senza mezzi termini: «Questa è casa nostra, siamo qui per difenderla. Ci battiamo il petto e indichiamo il terreno» – gesto che, chiaramente, ha anticipato lo stile quasi provocatorio ma mai sfrontato di tutto il team, culminato con un taglio di traguardo alla Pietro Sighel, decisamente in versione “fuori protocollo”. Meglio di un invito al massacro, un vero e proprio bersaglio sulla schiena, dal momento che i rivali sono rimasti scottati dalla scenetta.
Però niente arroganza da parte di questi campioni del ghiaccio: il loro fare è quel misto perfetto tra la riverenza al pubblico e l’esibizione di forza. La staffetta è stata un balletto ben orchestrato, sei atleti in alternanza per tre turni, zero errori, mentre dietro si susseguivano cadute, urti, e chi più ne ha più ne metta. In finale, però, Canada e Belgio si sono dovuti accontentare di un’onorevole seconda e terza piazza… o meglio, guardare la vittoria negli occhi di Sighel, che non si è fatto pregare per mettere la sua impronta, letteralmente al contrario.
Ed ecco la sintesi della gara, nelle parole del diretto protagonista: «Eravamo calmi, mentre gli altri sembravano agitati, agevolando errori e passi falsi. Siamo rimasti in controllo, sfruttando ogni sbandata altrui». Non male se pensiamo che tra i nostri eroi c’erano due esordienti olimpici, Thomas Nadalini ed Elisa Confortola, il monumento vivente Arianna Fontana, giunta alla sua dodicesima medaglia, e un Sighel che incarnava bene la tradizione di famiglia, figlio e nipote d’oro del pattinaggio azzurro. Un quartetto che mescola gioventù e retaggio, con spalle forti e voglia di lasciare il segno.
Il gruppo che ha dominato
Il collettivo vincente non è solo quello che ha calcato il ghiaccio nella finale: tra le batterie e le semifinali si sono visti pure Chiara Betti, la quale ha sottolineato con spiritosa nostalgia che «Fontana gareggiava già vent’anni fa, mentre io ancora dovevo compiere tre anni», e Luca Spechenhauser, il quale ha fatto il suo ingresso in pista con un carico simbolico: Martina Valcepina portata sulle spalle. Lei, una protagonista a tutto tondo, avrebbe dovuto infatti essere parte della nazionale. Candidata ufficiale alle Olimpiadi, portabandiera alla cerimonia inaugurale, ma sfortunatamente ridotta a una cruda prova di sopravvivenza dopo la rovinosa caduta che le ha spezzato un ginocchio durante gli Europei scorsi. Una stagione di rincorsa al recupero, un copione tristemente epico.
Emozioni e tattica: la miscela vincente
In tutte le discipline in cui gli azzurri hanno raccolto medaglie, la tensione si è stampata sul volto, quasi fosse un affresco di emozioni a cielo aperto. Ma nella staffetta mista di short track la convinzione resta padrona; forse merito di un programma costruito al microscopio, fatto di studio meticoloso degli avversari, strategie da gioco di scacchi e calcolo impeccabile delle probabilità. Nel short track non ci si può permettere distrazioni: ogni frazione di secondo, ogni centimetro, ogni scelta conta – anche quelle che sembrano folli idee prese al volo, ma che in realtà sono calcoli studiati all’ultimo graffio sul ghiaccio.
Gli attacchi di Arianna Fontana sono stati proprio questo: tagli decisivi, sorpassi chirurgici, prima che Pietro Sighel imprimesse l’immagine memorabile sul fotofinish. Lo stesso Sighel ha confessato un pensiero premeditato: «Da tempo ci pensavo, serviva il momento giusto, e in staffetta ce lo siamo creati noi. Ho provocato gli altri per vedere chi si sarebbe mosso, ma il mio ringraziamento va soprattutto a questa gente». Parole umili, quasi un inchino, niente effetto gladiatorio, segno di una consapevolezza di squadra che va oltre la mera esibizione. Il pubblico non è solo spettatore, ma comunità, una rappresentanza dei 874 praticanti di questa disciplina, contando pure la pista lunga da cui è arrivata un’altra medaglia d’oro. Insomma, in quel piccolo mondo azzurro, si riesce davvero a emergere.
Ecco la vera meraviglia: come si fa a presentarsi così sereni a un’Olimpiade strapiena di aspettative? Non è solo merito del tifo di casa o dell’abitudine; questa staffetta ha, incautamente, plasmato i Giochi stessi. Arianna Fontana è la colonna portante, e questa è solo la sua seconda Olimpiade dopo Torino 2006. L’oro bissa in un clima di atmosfera ventennale: «Porta fortuna, mi accompagna. Mi sono svegliata ripensandoci; mai avrei immaginato di andare avanti così a lungo, ma il ghiaccio conserva bene. Sapere di aver raggiunto tutto ciò per cui ho lavorato e voler continuare ancora mi dà un’energia incredibile, perché ogni volta che gareggio sono una nuova atleta». E sì, con la stessa pettinatura “taglio corto” di quattro anni fa, quando scrisse un altro capitolo d’oro.
Persino la nuova arrivata Elisa Confortola ha già il suo background da raccontare: era parte integrante della candidatura di Milano-Cortina, avendo pronunciato un discorso memorabile in inglese a Losanna prima del voto nel 2019. All’epoca aveva 17 anni e incarnava il futuro, oggi è dentro la realtà a pieno titolo. Il futuro non è solo una favola, è già accaduto, e brilla molto più di quanto potesse immaginare.



