Ghali alla cerimonia d’apertura evitato di parlare di Gaza ma il M5s grida alla censura preventiva come se fossimo in un regime

Ghali alla cerimonia d’apertura evitato di parlare di Gaza ma il M5s grida alla censura preventiva come se fossimo in un regime

Che gioia costatare che le Olimpiadi sono pensate come un palcoscenico sacro dove deve regnare l’“universalità dello sport”, un concetto che, a quanto pare, esclude qualsiasi forma di opinione un po’ scomoda. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ci illumina con parole suadenti a Palazzo Chigi: il pensiero di Ghali, quel temerario che a Sanremo ha osato denunciare il genocidio a Gaza, non sarà ammesso sul palco inaugurale delle gare. Come se l’arte e la cultura dovessero per forza essere imbavagliate per non rovinare un po’ di cerimonia scintillante.

Il nostro paladino della democrazia si spinge oltre, candidamente ammettendo di non condividere per niente le idee di Ghali e di non vergognarsene. Ma attenzione, non fraintendetelo: secondo lui quella non sarà l’occasione per esprimerle. Quindi sì, libera espressione, purché sia censurata prima ancora di nascere.

Andrea Abodi ha poi imbandierato il vessillo della lotta all’antisemitismo, ricordandoci con sovrano distacco che “81 anni fa è andato in scena il punto più basso dell’umanità”, quello che “non deve essere confuso con altre tragedie”. Peccato però che questa nobile premura sembri trasformarsi più in un modo per decidere arbitrariamente cosa si può dire e cosa no.

A fargli eco c’è Noemi Di Segni, che spera vivamente che Ghali abbia ricevuto le tanto sperate linee guida per le sue apparizioni alle Olimpiadi invernali. Cose del tipo “ricordati cosa devi dire e cosa è meglio tacere”. Nulla di più adorabilmente paternalistico. D’altra parte, quel che canta Ghali non è certo roba che farebbe comodo agli organizzatori desiderosi di una cerimonia pulita e spensierata.

In effetti il nostro rapper non è nuovo a posizioni scomode: a Sanremo 2024 aveva dato scandalo denunciando apertamente il genocidio a Gaza, scatenando l’ira feroce dell’ambasciatore israeliano e suscitando imbarazzo tra colleghi e artisti, o meglio, tra quelli silenziosi come tombe davanti al massacro palestinese.

Non sarebbe dunque una semplice esibizione musicale quella di Ghali, ma la “presenza simbolica e trasversale” di qualcuno capace di rappresentare l’“armonia come equilibrio tra identità diverse” secondo la poeticissima definizione della Fondazione Milano-Cortina. Peccato che l’armonia vera implichi anche qualche discordanza; ma questa sembra essere una lamentela anacronistica in questi tempi di puro allineamento.

Il Movimento 5 Stelle scatenato: “Censura preventiva”

Da più fronti non tarda ad arrivare la replica più vigorosa a questa lite di silenzi e proibizioni. Il Movimento 5 Stelle sferra l’attacco definendo quello di Abodi un «atto vergognoso di censura preventiva». Tradotto: mettere il bavaglio in faccia a un artista prima ancora di ascoltarlo. Passi per la democrazia, ma la libertà di parola? Quella sembra essere diventata merce rara, evidentemente non contemplata nel pacchetto olimpico.

Gli esponenti del M5S sottolineano come questa non sia una questione di simpatia o antipatia per le idee di Ghali, ma una vera e propria pretesa del governo di decidere a tavolino cosa si può dire e cosa invece no. Già, la libertà di espressione pare un ostacolo scomodo da rimuovere.

“Dietro le parole di Andrea Abodi si cela solo la paura della libertà”, tuonano i pentastellati. “L’arte non è uno strumento neutro o addomesticato, ma un’espressione libera e autonoma. Chi non riesce a sopportarla evidentemente non regge il peso della democrazia”. In poche parole, meglio mettere sotto chiave le opinioni scomode che rischiano di far vacillare la parata perfetta di ipocrisia olimpica.

Insomma, mentre le cerimonie sfarzose chiamano a raccolta un pubblico internazionale, il vero spettacolo sembra essere quello della censura mascherata da “rispetto” e “universalità”. Un gioco di prestigio politico dove la democrazia non solo perde voce, ma viene messa in silenzio categorico, trasformando la festa dello sport in un monologo allineato e senza dissenso, come se la libertà fosse solo un optional per pochi fortunati.

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