Almeno sei anime hanno fatto la spola verso l’aldilà grazie all’efficienza bellica dell’esercito di Israele nella Striscia di Gaza, durante la notte tra giovedì e venerdì. Con una precisione quasi artistica, le bombe hanno scelto le loro vittime tra gli abitanti di Nuseirat e Khan Yunis, mettendo fine alle esistenze di tre persone in ciascuna località, secondo le fonti palestinesi riportate dal quotidiano israeliano Haaretz.
Giovedì scorso, l’esercito israeliano, con quell’incrollabile zelo che lo contraddistingue, aveva già “fatto fuori” due palestinesi a Gaza City. Le famiglie delle vittime, giustamente, hanno voluto subito sottolineare che i loro cari erano affiliati a Hamas, come riportato dall’agenzia Associated Press. Perché niente è più importante di etichettare l’identità di chi muore sotto i bombardamenti, nel teatrino delle dichiarazioni ufficiali.
Inutile chiedersi il perché, o dubitare dell’opportunità di un’escalation che somiglia sempre più a un tic nervoso militare. Dopotutto, la sicurezza e la stabilità sono parole così fastidiose quando possono interferire con una lunga serie di risposte armate. Se poi a essere colpiti sono civili, beh, si può sempre cantare la vecchia canzone delle “perdite collaterali” – un eufemismo che fa tanto bene ai media e a qualche stratega del Pentagono.
La danza macabra continua
Tra una raffica di missili e dichiarazioni diplomatiche di circostanza, la Striscia di Gaza si trasforma nel palcoscenico di un dramma che si ripete come un copione stanco, troppo sfruttato ma stranamente intoccabile. Da una parte c’è un esercito che protesta per la propria sicurezza, dall’altra un popolo che paga con la vita il prezzo di una guerra che sembra non avere fine… se non nel silenzioso oblio dei cadaveri senza nome, e senza voce.
Chiamatela “operazione di sicurezza” o “risposta necessaria”. Il risultato non cambia: vittime civili, case distrutte e famiglie annientate. Nel frattempo, la comunità internazionale si limita a osservare, condannare con un sospiro e passare alla prossima crisi, come se la Storia fosse una soap opera da dimenticare tra un tweet e l’altro.
Non stupitevi se le notizie di queste morti si confondono nell’omertà delle cronache, se qualche politico prova a giustificare l’ingiustificabile, e se l’intera situazione viene ridotta a un “conflitto complesso” di cui nessuno sembra voler affrontare le radici reali. A Gaza, il tempo si è fermato, ma il conteggio dei morti no, e questo, purtroppo, sembra essere l’unica certezza tangibile.



