Gas naturale e GNL schizzano alle stelle: paura che il Medio Oriente decida di chiudere il rubinetto

Gas naturale e GNL schizzano alle stelle: paura che il Medio Oriente decida di chiudere il rubinetto

Chi avrebbe mai detto che una guerra in Medio Oriente potesse avere conseguenze? Eppure eccoci qui, con un rialzo vertiginoso dei prezzi del gas naturale che minaccia di far rotolare l’economia europea in una spirale tutt’altro che piacevole. Ma non fermiamoci all’ovvio, perché questa storia oltrepassa il Mediterraneo e fa tremare anche alcune robuste economie asiatiche, quelle che, guarda un po’, dipendono pesantemente da queste preziose fonti energetiche.

Il motivo? Il conflitto in escalation tra Iran e i suoi irresistibili droni ha fatto impennare i costi del gas, soprattutto perché minaccia di bloccare il flusso energetico attraverso lo Stretto di Hormuz. Per chi non lo sapesse, è quel passaggio obbligato tra Oman e Iran che smista circa un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, o LNG per i tecnici. Insomma, un collo di bottiglia che, se intasato, fa davvero male.

Il valore di riferimento europeo, il contratto olandese Title Transfer Facility (TTF), ha stupito tutti martedì scorso, salendo del 35% e superando i 60 euro per megawattora. Sul breve termine si parla di un’impennata settimanale da capogiro del 76%. Nel frattempo, anche l’indice Asia Nord-Est, il famoso Japan-Korea-Marker (JKM), che tiene conto delle consegne a Giappone, Corea, Cina e Taiwan, ha raggiunto il massimo annuale con una quotazione da capogiro intorno ai 43 euro per MWh. E il gas naturale britannico? Ovviamente non è stato da meno.

La ciliegina sulla torta è arrivata da Qatar, una delle superpotenze mondiali del LNG, che ha ben pensato di fermare la produzione dopo essere stato colpito dai famosi droni iraniani nelle sue città industriali di Ras Laffan e Mesaieed. Un’interruzione che, a detta degli esperti di Goldman Sachs, metterà in crisi quasi il 19% dell’offerta globale a breve termine. Niente male.

Per non farci mancare nulla, un alto comandante della Guardia Rivoluzionaria iraniana ha poi rincarato la dose: ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz sarebbe chiuso a tutte le navi, minacciando attacchi a chiunque osi oltrepassare. Gli Stati Uniti, per contro, hanno subito smentito, assicurando che il passaggio rimane libero. Un bel duello diplomatico degno di un reality show, insomma.

La stretta dell’offerta e il rischio di un deja vu da 2022

Il problema è che l’Europa e gran parte dell’Asia sono molto più esposte a questi scossoni rispetto agli Stati Uniti, che si godono la loro indipendenza grazie allo shale gas e ai loro impianti LNG casalinghi. Circa un quarto del fabbisogno europeo di gas arriva dall’LNG, e con il 20% della produzione mondiale bloccata dietro lo Stretto, un’interruzione prolungata sarebbe un sogno proibito: una vera e propria stretta dell’offerta che ricorda moltissimo il disastro del 2022, quando la Russia, altrettanto “generosamente”, decise di usare il gas come arma dopo l’invasione dell’Ucraina.

Chris Wheaton, analista di Stifel, ci fa sapere che il timore più grande non è sul petrolio, ma proprio sul gas. E per dare un’idea di quanto la cosa possa essere seria, guardate come sono schizzati i titoli di una delle maggiori compagnie europee del settore, Equinor: un bel +2% nel giro di un giorno, seguito da un incredibile +8% il giorno prima. Chissà, forse qualcuno ha già fiutato l’affare del secolo.

Secondo le previsioni di Goldman Sachs, se il blocco durasse addirittura un mese, i prezzi del TTF e del JKM potrebbero volare fino a 74 euro per megawattora, lo stesso livello che, nel ben triste 2022, scatenò una reazione a catena che fece impennare la domanda per il gas naturale e mandò l’Europa in crisi energetica. Un’altra brillante idea, insomma.

Solo per ricordare la “leggerezza” del passato, in agosto 2022 il prezzo europeo del gas raggiunse i 345 euro per MWh, quando la Russia decise che il gas non sarebbe più stato un semplice bene commerciale, ma un’arma tattica da consegnare con grande stile. Una mossa che fece salire alle stelle bollette e costi della vita, accendendo fuochi di crisi sociale in molte capitali.

Goldman Sachs ha poi aggiornato le sue previsioni, alzando i prezzi attesi per aprile da 36 a 55 euro per MWh, con una media del secondo trimestre fissata a 45 euro. Ovviamente, chi sperava in un calo dei prezzi può tranquillamente mettersi l’anima in pace.

Le deliziose conseguenze per l’economia europea e non solo

Patrick O’Donnell, stratega degli investimenti di Omnis Investments, getta ulteriore benzina sul fuoco, spiegando che il gas naturale liquefatto è diventato l’anello debole che potrebbe rallentare tutta la ripresa industriale europea. In parole povere, nessuna “green economy” o miracoli dell’industria 4.0 se ogni mese ti arriva una bolletta che sembra un conto astronomico.

E a conferma di questo, i soliti analisti di Goldman Sachs ci ricordano che l’aumento del prezzo dell’energia è quasi sempre un veleno per il PIL, salvo pochi virtuosi come la Norvegia, che esporta petrolio e si crogiola nel suo benessere.

Secondo i loro calcoli, un aumento sostenuto del 10% del costo dell’energia per quattro trimestri taglierebbe lo 0,2% del PIL in Regno Unito e nell’area euro. La Svizzera, che ha puntato tutto su nucleare e rinnovabili, resterebbe a galla, mentre la felice Norvegia vedrebbe un minuscolo aumento dello 0,1%. Nel frattempo, negli Stati Uniti, grazie al solito shale gas, i prezzi sembrano non avere grosse sorprese nè in un senso nè nell’altro. Ah, i vantaggi di essere un gigante energetico autonomo!

L’Asia in trincea

L’Asia, nel frattempo, si trova dietro l’angolo in condizioni altrettanto precarie. Prendiamo l’esempio di India, dove quasi il 58% delle importazioni di LNG proviene dal Medio Oriente, e contribuisce a circa il 2% del suo consumo energetico totale. Singapore non sta meglio, con il 27% delle sue importazioni di LNG legate alla regione, e così via per molti paesi dell’area Asia-Pacifico, che dipendono per oltre il 37% sull’LNG proveniente da quei pozzi di tensione.

E naturalmente, Cina non è da meno con il 26,6% delle sue importazioni di gas liquefatto provenienti proprio da quelle sponde turbolente. Insomma, un’esplosione in Medio Oriente è la classica “pugno nello stomaco” globale, soprattutto per quei paesi che importano in modo massiccio e, purtroppo, non dispongono di tasche troppo profonde.

Elias Haddad, capo globale della strategia mercati presso BBH, non è certo di buon umore: avverte che i paesi più a rischio sono quelli con scarse riserve fiscali e forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, come Giappone, India, Sudafrica, Turchia, Ungheria e Malaysia. Al contrario, paesi come Norvegia, Canada e Messico sembrano poter dormire sonni un po’ più tranquilli.

Haddad si è lasciato scappare forse senza troppa gioia che una guerra prolungata che continui a interrompere la produzione e la spedizione di energia potrebbe spingere a scenari di stagflazione — per chi non lo sapesse, quella meravigliosa combinazione di inflazione alta e crescita economica ferma — aggravando anche i problemi di bilancio pubblico.

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