G7 esplode le riserve perché due non bastano mai

G7 esplode le riserve perché due non bastano mai

Il caos si scatena nel mercato petrolifero e nelle Borse asiatiche, grazie alla guerra in Iran e al rischio di un blocco perpetuo nello stretto di Hormuz. Parliamo di un’impennata del prezzo del greggio che, nella notte italiana, ha sfiorato i 120 dollari al barile, salvo poi chiudere intorno ai 94,7. Per dare un’idea del salto, prima di tutto questo spettacolo bellico il Brent galleggiava pacificamente verso i 70 dollari. Questo shock petrolifero ha portato il G7, sotto l’occhio attento del Financial Times, a discutere una contromossa da urlo: il rilascio congiunto e coordinato delle scorte strategiche di petrolio. Ancora niente decisioni ufficiali, però; solo minacce di maniere forti, tanto che nel pomeriggio, solo alla prospettiva di questa possibilità, i prezzi hanno fatto cilecca sotto la famosa soglia dei 100 dollari. Nel frattempo, come da copione, le Borse europee hanno smesso di piangere e Wall Street ha chiuso in positivo, perché nulla è più rassicurante delle montagne russe finanziarie.

La grande indecisione del G7

Il ministro francese Roland Lescure ci rassicura con un bel “stiamo monitorando tutto, siamo pronti a ogni misura, compresa l’apertura delle riserve strategiche petrolifere, ma ancora non siamo arrivati a quel punto”. Insomma, la preparazione alla bomba nucleare ma senza premere il grilletto. Dopo un’assemblea in videoconferenza coi colleghi del G7, e con ospiti d’onore come i presidenti del Fmi, della Banca Mondiale, dell’Ocse e dell’Aie, è stata diffusa la solita dichiarazione congiunta, piena di frasi fatte e tornelli retorici del tipo “monitoreremo e ci coordineremo con i partner internazionali”. Tradotto: nessuna risoluzione clamorosa, ma tanta voglia di prender tempo e mostrare i muscoli senza alcuna pressione.

Secondo i ben informati, fra cui il giornale finanziario che non fa mai un errore, tre Paesi – e guarda caso gli Stati Uniti fra questi – erano sì pronti a mollare qualche barile dalle riserve. Washington caldeggia di rilasciare fra i 300 e i 400 milioni di barili, un quarto o anche un terzo delle proprie scorte. Per chi non lo ricordasse, simili performance si sono viste solo in cinque occasioni: alla prima guerra del Golfo, dopo l’invasione russa dell’Ucraina (che brutta storia, eh?), l’uragano Katrina e il blocco produttivo in Libia. Come sempre, solo l’annuncio di questa “minaccia” ha fatto miracoli calando i prezzi dai vertici stellari della notte, mantenendo il greggio abitualmente oscillante sopra i famigerati 100 dollari. Entro mezzogiorno, però, il Brent è riuscito a rintanarsi sotto questa soglia, con un aumento giornaliero ‘modesto’ del 9%. Insomma, il mercato ha vissuto ore di pura roulette russa, con volatilità che mancava solo venisse accompagnata da musica drammatica.

Un panorama di riserve strategiche da far girare la testa

Secondo i dati del direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol, presente alla tavola rotonda ministeriale del G7, le riserve strategiche mondiali si aggirano intorno a un ammirevole totale di 8,2 miliardi di barili. In altre parole, tanto petrolio da rischiare l’overdose strategica, ma che finora serve più come scusa per minacciare il rilascio, piuttosto che l’effettiva mossa. Con queste cifre potremmo tranquillamente assistere a una partita a scacchi globale tra i giganti dell’economia, fatta di bluff e “vedremo chi la fa più lunga”.

Intanto, sui mercati—sempre pronti a reagire come bambini viziati all’ultimo capriccio—il prezzo del petrolio oscilla, sbalza, cade e risale, dando prova di quanto il mondo dipenda ironicamente da questa merce nera e luccicante che fa girare tutto, dalle automobili agli umori delle Borse. Tutto diventa una questione di esibizioni di forza diplomatiche, di minacce velate e di risposte prudenti, come se il petrolio fosse la nuova moneta di Dio.

Alla fine, non stupisce più di tanto questa danza di occhiolino e ritrosia del G7 nel prendere decisioni definitive, mentre il mondo reale continua a pagare il conto salato di un conflitto lontano ma tanto vicino nelle tasche del consumatore. Ma non temete: ci saranno certamente nuovi dibattiti, comunicati stampa zuccherosi e quant’altro per tenerci tutti col fiato sospeso e il portafogli leggero.

Ah, le meraviglie delle riserve strategiche di petrolio nel mondo: un numero impressionante, sopratutto per quei paesi che sembrano contendersi il primato nel dilettantismo organizzato! Attualmente, i Paesi detengono più di 1,2 miliardi di barili di scorte pubbliche d’emergenza, senza contare altri 600 milioni di barili detenuti industrialmente, per rispettare non si sa bene quale obbligo governativo. Secondo la tanto citata Commissione europea, a maggio 2025, gli stati dell’Unione vantano 43,5 milioni di tonnellate di riserve strategiche, che tradotte in barili fanno un numero da far girare la testa: una tonnellata è più o meno 6,8 barili, giusto per quelli che amano i conti dettagliati.

Nel nostro affascinante mix di numeri, l’Italia si vanta con 2,7 milioni di tonnellate, mentre la buongustaia Francia si prende il lusso di 5,1 milioni, e la onnipresente Germania si abbevera ai 12,6 milioni. Gli Stati Uniti, con tutta la loro potenza, arrivano a una sparata di circa 415 milioni di barili secondo i dati ufficiali del Dipartimento Energia, mica bruscolini. Spostiamoci oltreoceano al Canada, che a rigor di logica non ha proprio obblighi, dato che esporta petrolio a manetta. Il Giappone, con i suoi 260 milioni di barili, fa la sua bella figura, mentre il Regno Unito, sempre rigoroso, deve garantire scorte per 90 maledetti giorni, giusto per complicare un po’ le cose.

Naturalmente, queste riserve strategiche sono solo la punta dell’iceberg, e magari l’iceberg stesso si sta sciogliendo pure più in fretta. I paesi del G7, ad esempio, si godono allegramente tra 250 e 260 miliardi di barili complessivi in riserve totali: il Canada vanta un monumentale 163,1 miliardi, mentre negli Stati Uniti ne trovate solo 83,72 miliardi – poco più di metà rispetto al vicino a nord, chissà per quale mistero economico. Il Regno Unito sfoggia un misero 1,5 miliardi, la Francia 67,58 milioni (sì, milioni, non miliardi; il dettaglio è importante), la Germania 105,84 milioni, l’Italia si accontenta di 578 milioni e il Giappone si attesta a 44,11 milioni. Insomma, se volete fare una festa del petrolio, meglio chiamare il Canada.

Borse asiatiche in caduta libera

Nel cuore dell’attività finanziaria notturna asiatica, lo spettacolo non è certo quello di un tranquillo concerto sinfonico ma più di un circo con le tigri in fuga. L’inasprirsi delle tensioni con il blocco strategico dello stretto di Hormuz ha mandato in orbita non solo il prezzo del petrolio, ma anche il panico sulle Borse, tutte rigorosamente tinte di rosso sangue. A partire da Tokyo, dove il Nikkei 225 si è preso la brutta abitudine di perdere il 5,2% e chiudere a 52.728,72 punti, cercando invano di tamponare le perdite nel finale di seduta.

Da parte sua, il Kospi sudcoreano, come se non bastasse, ha deciso di regalare una caduta ben più consistente del 6% a 5.251,87 punti. I mercati della Cina, meno inclini a danzare sulle note occidentali, si sono limitati a una modesta negatività, con l’Hang Seng di Hong Kong che perde l’1,6% e si ferma a 25.343,77, mentre Shanghai cala dello 0,7% a 4.097,69. Anche l’indice di Taiwan ha riservato un crollo del 4,4%, lasciando dietro sé uno scia di mercati regionali zoppicanti e quasi commoventi nella loro ingenuità.

Naturalmente la crisi asiatica ha fatto scuola e ha travolto pure i mercati europei, dove il titolo più stonato lo fa Milano, tra i peggiori in apertura. Per fortuna le perdite sono state in parte contenute col passare delle ore. A Parigi, l’indice Cac40 ha deciso di salutare le contrattazioni lasciando sul campo un misero -0,98%, mentre Francoforte si è arresa con uno 0,57% di perdita e Milano si difende – mediocremente – con un -0,29%. Londra, la sempre impassibile, ha chiuso a -0,27%, dimostrando che nemmeno la nebbia può nascondere il malumore.

Ma ecco il colpo di scena che tutti aspettavano: Wall Street, tragedia annunciata in apertura con una partenza in rosso, è riuscita a fare il miracolo di azzerare le perdite e chiudere in positivo, quasi a farsi beffe di tutte le previsioni catastrofiste. Il Dow Jones si è guadagnato un +0,50%, il Nasdaq ha brillato con un +1,38% e l’S&P 500 ha chiuso con un più che dignitoso +0,83%. Insomma, mentre il mondo si preoccupa, gli americani continuano a sfrecciare, come se nulla fosse.

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