Chi avrebbe mai detto che le formule per neonati potessero diventare una saga degna di una telenovela? Invece eccoci qui: una crisi su crisi per prodotti potenzialmente contaminati ha fatto sobbalzare genitori e investitori, mentre il pubblico ministero di Parigi ha deciso di aprire indagini giudiziarie su ben cinque produttori. Che cosa, esattamente, ci si poteva aspettare da un settore così “sicuro”?
Nel mirino finiscono i giganti del settore lattiero-caseario globale: Nestlé, Danone e il privato Lactalis, oltre a marchi minori come Babybio e La Marque en Moins. La ragione del loro “piccolo” problema? La possibile contaminazione da cereulide, una tossina resistente al calore che, se ingerita, regala nausea, vomito e diarrea. Per fortuna, secondo i trionfalistici comunicati, i sintomi spariscono in 24 ore, ma non dite che potrebbero esserci complicazioni più serie: questa è la versione ufficiale.
Il pubblico ministero parigino, con tutta la serietà del caso, parla di “inganno riguardo a prodotti che pongono pericolo per la salute umana”, un reato punibile con fino a sette anni di carcere e una multa da capogiro di 3,75 milioni di euro. Nel frattempo, le aziende coinvolte pesantemente fanno finta di non avere nulla da dire, rifiutandosi di commentare la faccenda. L’ironia della situazione è che tutto ciò avviene mentre i genitori cercano disperatamente di capire se stanno somministrando la propria formula contaminata ai loro figli.
Philipp Navratil, CEO di Nestlé, a gennaio si era affrettato a scusarsi per l’“ansia” e il “disturbo” causati ai genitori e ai clienti. Ovviamente, ci tiene a rassicurare tutti che “la sicurezza e il benessere dei clienti sono la nostra priorità assoluta” – parola di chi ha scoperto solo a dicembre di avere un problema e ha praticamente immediatamente richiamato i prodotti, solo dopo aver rischiato la salute dei piccoli ignari consumatori. Un tempismo da manuale.
Naturalmente, la procura si è attivata di fronte all’inarrestabile pioggia di denunce provenienti da tutta la Francia. Nel frattempo, il ministero della salute francese sta indagando su tre casi di neonati deceduti che avrebbero consumato la formula incriminata. Peccato che, fino a oggi, nessun legame causale sia stato accertato: ma perché fidarsi delle prime apparenze quando c’è un intero sistema industriale da proteggere?
Richiami a catena in tutto il mondo
La cronistoria degli eventi è quasi ridicola nella sua prevedibilità. Il 29 gennaio Nestlé ha confessato di aver individuato tracce di cereulide all’inizio di dicembre nella sua fabbrica olandese, dando l’impressione che tutto sia stato un fulmine a ciel sereno. Il 10 dicembre, in fretta e furia, ha informato le autorità olandesi, la Commissione Europea e i Paesi interessati, avviando immediatamente il richiamo di 25 prodotti distribuiti in 16 stati europei. Per chi ha perso il conto: un richiamo ogni due giorni, almeno finora.
Le cose si sono complicate ulteriormente in gennaio quando la multinazionale svizzera ha lanciato il primo richiamo pubblico degno di nota dei marchi SMA, Beba e Little Steps in tutta Europa. A ruota, altri protagonisti del settore come Danone— famosa per Aptamil e Cow & Gate — e Lactalis si sono accodati, ampliando il numero di Paesi coinvolti a oltre 60. Apparentemente, la fonte della contaminazione è un fornitore di un ingrediente chiamato olio di acido arachidonico (ARA), spesso aggiunto alle formule per neonati. Dulcis in fundo, questo fornitore misterioso non è stato ufficialmente nominato, perché la trasparenza è un optional nelle grandi crisi sanitarie.
Le autorità britanniche hanno fatto sapere che Nestlé e Danone hanno deciso saggiamente di non utilizzare più quel fornitore, ma non prima di invitare genitori e caregiver a controllare ossessivamente cosa hanno nelle loro dispense. Insomma, una caccia al tesoro dal sapore piuttosto amaro.
Il 2 febbraio l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha finalmente stabilito una soglia di contaminazione da cereulide, visto che fino a quel momento nessuno si era preso la briga di farlo, forse perché si tratta di una sostanza piuttosto rara. Nel frattempo, il Regno Unito ha ricevuto almeno 36 segnalazioni cliniche di neonati con sintomi compatibili con un’intossicazione da cereulide. Sofferenza vera, ma ancora senza un riconoscimento ufficiale del danno.
Due colossi tra guadagni e ribassi
Per mettere un po’ di numeri su questa tragedia, la formula per l’infanzia costituisce circa il 5% del fatturato di Nestlé, che però minimizza dicendo che i prodotti richiamati rappresentano solo lo 0,5% delle vendite totali. Già, una gran differenza che fa tanto “piccolo problema” per il consumo e “rischio enorme” per la reputazione del brand, come ha saggiamente osservato un analista. Nel frattempo, per Danone l’impatto è ben più serio, dato che l’infanzia pesa per circa il 21% del fatturato del gruppo, con margini di profitto ancora più alti.
Entrambe le aziende sono pronte a presentare i loro conti settimanali, occasione che gli investitori attendono con il fiato sospeso per capire quanto questa gigantesca débâcle influirà sulle casse e sull’immagine aziendale. Finora, i titoli di Nestlé hanno recuperato leggermente e segnano un +1,7% dall’inizio dell’anno, mentre Danone langue con un -5,5%, a dimostrazione che, evidentemente, per i mercati i baby food sono diventati un settore più pericoloso delle montagne russe.
Naturalmente, a fine gennaio, in pieno caos richiamo, entrambe le azioni avevano toccato il loro minimo storico, per poi riprendersi un po’. Ma non illudiamoci troppo: la parola d’ordine rimane “incertezza” e chi s’interroga oggi, domani si ritroverà a dover raccontare la prossima puntata di questa disgustosa soap alimentare.



