Flotilla, Dina Alberizia dalla Libia: “Sto bene” ma la prigionia è un dettaglio trascurabile

Flotilla, Dina Alberizia dalla Libia: “Sto bene” ma la prigionia è un dettaglio trascurabile

«Sto bene, stai tranquillo. Qui mi trattano abbastanza bene e mi viene anche concesso di fare la doccia…». Queste frasi, pronunciate al telefono con il fratello che abita a Foggia, sono state il biglietto da visita di Leonarda “Dina” Alberizia, detentrice di un primato niente male: la lunga prigionia in Libia. Insieme a Domenico Centrone, altra perla italica coinvolta nel convoglio terrestre della Global Sumud Flotilla, Dina è stata posta sotto custodia dalle autorità libiche il 25 maggio scorso. Le motivazioni? Mistero, ma si direbbe che alle autorità nostrane e non solo piaccia tenerci con il fiato sospeso.

Nel frattempo, a Torino, è scattata la solita levata di scudi. O meglio, una manifestazione di solidarietà che ha praticamente invaso le piazze per chiedere la sua liberazione, coscienti però che la parola «liberazione» potrebbe essere soltanto un miraggio lontano. Il buon Daniele Torregiani della Global Sumud Flotilla ci aggiorna: da quando il contatto è sparito il 24 maggio, l’unico segnale di vita è stata una telefonata consolatoria dal nostro ben agitato console. Insomma, il minimo sindacale.

E perché preoccuparsi davvero se Dina è «prigioniera in una residenza», come campana di Braille ci racconta chi almeno ha la gentilezza di tenere la linea calda? Non una galera, quindi, ma la libertà ridotta ai minimi termini, roba da far sognare chiunque abbia provato almeno una volta a violare il coprifuoco delle sapienti regole libiche.

Torino si è mobilitata con l’entusiasmo che merita – figuratevi, la signora Alberizia è stata per ben trent’anni un’educatrice al nido Cavour, cuore pulsante del centro cittadino. Qualche settimana fa una cinquantina di persone – ex colleghe comprese, alla faccia del silenzio sociale – hanno fatto la passerella davanti alla scuola, per poi unirsi a un corteo cittadino. Tutto molto commovente, se non fosse che Dina non è mai andata via per turismo: la sua partenza verso la Striscia di Gaza non è stata una gita ma un atto politico, mosso da un senso di giustizia che, dicono le colleghe, “la anima da sempre”.

Una detenzione senza precedenti e senza spiegazioni

Ora, non si dica che questa storia sia solo un fatto umano e isolato: è una combinazione perfetta del tormentone italiano che ci piace tanto – attivisti con grandi ideali che inciampano in meandri geopolitici dove nessuno è innocente e tutti sono pronti a giocare con la trasparenza e i diritti umani come fossero pedine di un puzzle incomprensibile. E che nessuno sembra voler risolvere davvero.

Le chiamate rassicuranti arrivano, ma la liberazione ancora no. I sospetti e i timori per le condizioni di Dina e Domenico non si dissipano nemmeno con i sorrisi di circostanza che fanno capolino ogni tanto, come quella breve chiamata al vivavoce che deve bastare a calmare tante anime in pena. Perché, si sa, basta un “sto bene” e tutto torna in ordine, giusto?

La paradossale sollecitudine pubblica

Alla fine, la situazione è abbastanza chiara: ogni tanto, quando la pressione mediatica si intensifica, ci si ricorda di chi è stato fatto sparire come per magia, si protesta, si scendono in piazza, si lanciano appelli. Poi, il silenzio, di nuovo. L’apparente “buona accoglienza” in una residenza privata della libertà ha tutta l’aria di una pantomima che cerca di non turbare troppo gli animi pubblici ma, ovviamente, lascia tutto congelato in un limbo dal sapore kafkiano.

La detenzione “soft” serve forse a non sbattere troppo il mostro in prima pagina, mentre fuori si continua a tessere la rete di un’impalpabile diplomazia che non si sa bene dove ci porterà, né quali manuali di propaganda o strategie geopolitiche seguirà.

Intanto, Leonarda “Dina” Alberizia sogna di poter tornare a fare la cosa più semplice e rivoluzionaria che ci sia: libera, senza bisogno di chiamate rassicuranti, in una piazza qualsiasi, a insegnare ai bambini che la giustizia non è solo una parola da vomitare nei telegiornali.

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