Finalmente i droni ci fanno il concerto concerto: missili iraniani intercettati tra un boato e l’altro

Finalmente i droni ci fanno il concerto concerto: missili iraniani intercettati tra un boato e l’altro

A Dubai la vita procede come sempre, nonostante lo spettacolo pirotecnico quotidiano offerto dai boati dei droni che intercettano i missili provenienti dall’altra sponda del Golfo Persico. Circa 800 razzi da domenica 1 marzo, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno deciso di collaborare in un attacco all’Iran. Una sorta di festa pirotecnica con morti e distruzioni remote, il tutto vissuto con la consueta normalità, o quasi, come racconta Filippo Zaccherini, quarantenne consulente che dal 2019 si è trasferito proprio a Dubai, cuore pulsante degli Emirati Arabi coinvolti nella rappresaglia dopo l’eliminazione dell’Ayatollah Ali Khamenei.

Filippo Zaccherini racconta senza scomporsi: «L’unico cambiamento degno di nota è stata la scelta aziendale di optare per lo smart working invece che lavorare in ufficio. Non tanto per una questione di paura, ma perché i detriti degli intercettamenti missilistici potrebbero finire per colpire case o passanti. Ogni giorno assistiamo al concerto stagionale di esplosioni provocate dai sistemi antiaerei locali e ho visto con i miei occhi almeno un paio d’incendi scaturiti dai frammenti, ma nulla che possa far scattare un apocalisse immediata.»

«Le persone qui» continua con quel tono da cronista zen, «sembrano tranquillissime, consapevoli che emirati e alleati abbiano la situazione sotto controllo. Nessuno – e sottolineo nessuno – si sente sulla soglia della fine. Tutti quanti si affidano alla speranza che l’Iran decida di fare marcia indietro, anche se i cosiddetti ‘emirates locals’, cioè gli autoctoni, hanno la lucidità di capire che se il conflitto dovesse degenerare, il paese schiererà le truppe insieme a Stati Uniti e Israele, come si conviene a un “bravo” alleato.»

La guerra a portata di drone: la vita sotto attacco ma senza panico

Ma chi ha detto che la guerra sposta giornate lavorative e caffè al bar? A Dubai, capitale scintillante degli Emirati Arabi, l’ambiente è più simile a un set hollywoodiano che a una zona di guerra vera. I sistemi di difesa aerea fanno il loro sporco lavoro intercettando uno dopo l’altro i missili iraniani lanciati in una rappresaglia che ormai sembra un film già visto troppe volte.

Nonostante il susseguirsi dei boati e qualche incendio causato dai detriti cadenti, l’aria è carica più di indifferenza e pragmatismo che di panico o disperazione. Perché in fondo, tra un’esplosione e l’altra, c’è chi continua a premere il tasto “invio” delle mail aziendali, tra un sorso di caffè e una videochiamata in smart working. Immaginate solo la scena: manager in giacca e cravatta che discutono strategie di mercato mentre fuori si sentono i botti dei missili intercettati. Un’ambientazione da spy story ma firmata Emirati, dove il pericolo è a portata di droni, ma il singolo lavoratore resta stranamente calmo.

Di sicuro, questa perfetta coesistenza tra tensione bellica e routine lavorativa racconta molto del modo con cui i paesi ricchi cercano di proteggere non solo le loro infrastrutture ma anche il malcelato prestigio internazionale, ironicamente difeso con le ultime tecnologie militari e un pizzico di buona dose di “facciamo finta di niente”.

Lo smart working come nuova strategia anti-missile

In pieno 2024, quando si parla di smart working si pensa subito a comodità, a flessibilità o alla sfida dell’equilibrio vita-lavoro. Invece, nel Dubai del 2024, lo smart working diventa l’ultima frontiera della sicurezza: non tanto per tutelare la salute mentale, ma per salvare gli impiegati dalla potenziale pioggia di frammenti esplosivi. Semplice, pratico, geniale; anzi, quasi geniale se consideriamo che pochi chilometri più in là qualcuno si diverte a lanciare missili e l’altra parte a buttarli giù dal cielo con la forza della tecnologia.

È curioso come in quella che molti considerano una delle città più moderne del mondo, abituata a portare il lusso a livelli galattici, basti un piccolo missile interceptato per mandar a gambe all’aria anni di routine iper-organizzata. O forse no, perché in fondo basta uno smart working obbligato e qualche botto in sottofondo per proseguire tutto come sempre: viva la normalità sotto attacco!

In teoria, questa è la dimostrazione lampante che l’esercito, gli alleati e i sistemi di difesa hanno fatto passi da gigante. Peccato che resti una verità scomoda e tanto rassicurante quanto crudele: il nemico è lì, a qualche centinaio di chilometri, pronto a riscattare col fuoco l’onta subita senza pensarci troppo. Ma nessuno a Dubai si scompone, tra un drone e l’altro, come se fosse un normale rumore di fondo.