Nuovo tuffo nel passato con “E dimmi che non vuoi Sanremo”, la newsletter che sembra una macchina del tempo pilotata da Paola Italiano. Bastano qualche parappa-pappa-papà e una sigla vintage che ci catapulta direttamente a trent’anni fa, quando “Sanremo è Sanremo” era più di un semplice slogan colorato. La voce di Baudo che presenta il Festival? Immancabile. Lo spot anni ’90? Inconfondibile. E con Max Pezzali che intona “Sei un mito”, il gioco è fatto: ecco che ti ritrovi dodicenne sugli autoscontro alla festa del santo patrono, con quell’ingenuità che oggi sembra roba da museo. Ma l’apice del revival è l’irruzione di Gabriele Paolini al Tg1, urlando un malinconico “Caro Conti bisex”, che oggi fa solo ridere – ma quando ancora qualcuno fosse davvero sveglio alle 20:20, chissà, magari avrebbe avuto un senso.
Ma qual è il confine tra la “balorda nostalgia” – che negli anni ’90 avremmo chiamato con il sapore di amaro “Nostalgia Canaglia” – e un’Italia gettata a capofitto nel clima da restaurazione permanente? Non a caso, la scenografia sembrava un film sci-fi post-apocalittico, tipo Interstellar, e al di là dei pannelli sembrava di scorgere Alessandro Canino che stonava con “Brutta”. Sanremo sembra volerci riportare a un mondo pre-covid, pre-Torri Gemelle (eh già, anche quelle), pre-reality, pre-talent, pre-smartphone, pre-social, pre-intelligenza artificiale, insomma pre-Tony Pitony e tutti quei tormenti moderni. Vittime, siamo tutti noi, illusi che il passato fosse meglio e convinti che la nostra età rappresentasse la vetta della gloria umana.
Com’è andata la serata? Ecco la mia sintesi delle categorie e dei premi immaginari.
Il sentimento dominante
Noia. Sì, avete letto bene. I momenti più “vibranti” si sono rivelati le commemorazioni dei cari estinti. Insomma, festa grande.
Il momento comico della serata
Laura Pausini che definisce Can Yaman “un grande attore”. Chi ha riso di più? Anche Pucci è rimasto colpito, forse perché non credeva alle sue orecchie.
La battuta che proprio non fa ridere
Conti e la sua ossessione per la “zeta” di Pausini. Una gag replicata fino allo sfinimento. Cinque sere così? Sopravvivremo o ci estingueremo? I pronostici non sono incoraggianti.
Avrei anche potuto farne a meno
Laura Pausini che canta in turco. Perché parlare francamente in italiano sarebbe stato troppo mainstream, immagino.
Standing Ovation del Festival della Restaurazione
La signora centenaria Gianna Pratesi, che tra un siparietto e l’altro svela: “A casa mia eravamo tutti di sinistra”. La reazione di Conti? Una smorfia come se avesse appena sentito una bestemmia. Ma chissà, forse avrebbe preferito una parolaccia – almeno avrebbe avuto qualcosa di nuovo su cui reagire.
Adesso una scommessa sul vincitore, perché la tradizione vuole che qualche pronostico coraggioso si faccia.
Secondo me vince
Arisa. Lo so, sembra il copione di Frozen, ma a Sanremo evidentemente la scelta del pubblico non è sofisticata come immaginiamo: preferiscono copie sbiadite di successi già sentiti (anzi, a volte veri e propri plagi accettati e premiati). Io ci metto la firma: volerà alto. Sul podio, accordatevi, ci vanno anche Fedez e Masini.
La migliore imitazione
Sal Da Vinci nei panni di Checco Zalone. Inarrivabile, o forse sarebbe più corretto dire: inaspettatamente irresistibile.
Premio Dorian Gray
Raf: 66 anni e un ritratto nascosto in soffitta che invecchia al posto suo. Autentico simbolo di quella giovinezza congelata negli anni ’80, mentre il suo viso rimane lì, sospeso nel tempo.
L’angolo del boomer
Il catcalling al cambio d’abito di Laura Pausini. Torna indietro tutta, ma indietro davvero, a un’epoca in cui commenti così erano la norma. Nostalgici, preparatevi a rivivere il peggio.
Il mio vincitore
Fulminacci. Perché, nonostante tutto, continuo a scommettere su di lui – anche se a dire il vero azzecco poco, ma si sa, la speranza è l’ultima a morire, soprattutto davanti al palco di Sanremo.



