Festival di Berlino fa il buffone con zombie e intelligenza artificiale in una commedia horror che nessuno ha chiesto

Festival di Berlino fa il buffone con zombie e intelligenza artificiale in una commedia horror che nessuno ha chiesto

Un esercito di zombie umanoidi, principalmente giovani, con gli occhi cerchiati di blu e fissi sui loro telefoni cellulari: la versione moderna dei mostri delle storie horror. Nel mezzo, una madre affranta che, avendo perso il figlio adolescente al Grande Vuoto Digitale, decide di rivolgersi a un’agenzia che clona umani. Dopo aver fornito un elenco dettagliato di caratteristiche, passioni e ossessioni del ragazzo, torna a casa con una copia perfetta… e tremendamente inquietante. Poi c’è la romantica storia d’amore a prima vista tra due giovani apparentemente fatti l’uno per l’altra, infranta quando lui riceve un kit per vivere in un videogioco virtuale, scegliendo di abbandonare il mondo reale per sempre. E come dimenticare l’enorme super-gatto, con la testa di felino e il corpo composto da migliaia di immagini di gatti che infestano tutti i nostri smartphone? Ah, la poesia visiva di un incubo digitale! Per non parlare della scena culminante, in cui i protagonisti in fuga da questo universo dominato dai telefonini—che miracolosamente sanno tutto su di noi—devono affrontare il “moloch bambino”: una creatura gigante, posta sulla cima di una montagna di cavi intrecciati, eternamente intenta a battere sui tasti di una tastiera suprema che, attraverso l’Intelligenza Artificiale, comanda le sorti del pianeta.

Dal prestigioso palcoscenico della Berlinale, il regista di The Ring e dei primi tre incredibilmente fortunati capitoli dei Pirati dei Caraibi, si lancia con il suo nuovo capolavoro, Good luck, have fun, don’t die (in Berlinale Special), interpretato da Sam Rockwell e Juno Temple, con un messaggio eloquente contro l’invasione dell’A.I..

Gore Verbinski ha detto:

“Perché mai l’AI dovrebbe aiutarmi a scrivere una canzone o a raccontare una storia? Non voglio che respiri o faccia l’amore al mio posto, voglio che trovi una cura al cancro… usatela per fare ciò che non possiamo o non vogliamo fare, perché dovrebbe prendersi cura di quello che siamo invece in grado di fare?”

Non male, no? Le inquietudini di Verbinski non sono fantasy, ma ahimè, terribilmente reali: “Questi anni sono cruciali per la formazione dell’AI, e noi, come scolaretti monelli, la stiamo prendendo in giro. Ma, vi siete mai chiesti cosa stia facendo a noi e cosa noi stiamo facendo a lei? Forse nessuno osa fare questa domanda.” E poi un tocco di filosofia: “Se l’uomo è stato creato a immagine di Dio e gli dei vanno adorati, forse è per questo che il mondo è popolato da narcisisti? Abbiamo ereditato questa follia? Fa parte del nostro DNA? Insomma, tutti quei super-manager che stanno manipolando il codice sorgente dell’AI proprio mentre essa sta diventando potenzialmente senziente: che diavolo succederà al suo sviluppo?”

L’invasione dell’AI al cinema e oltre

L’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale è ovviamente uno dei filoni più strombazzati e “significativi” del cinema contemporaneo. Naturalmente, la Berlinale, con la saggezza che la contraddistingue, cavalca senza esitazioni questa tendenza.

La superstar premiata con l’Orso d’Oro alla carriera è Michelle Yeoh, fresca di Oscar 2023 per la performance nel film Everything Everywhere All at Once dove impersona Evelyn Wang, una proprietaria di lavanderia sommersa dal caos della vita quotidiana e improvvisamente catapultata in un multiverso in cui può contare su mille versioni di sé stessa. Momento clou delle celebrazioni è stato il cortometraggio Sandiwara, dello stesso premio Oscar Sean Baker, definito “esperienza cinematografica immersiva”, in cui Yeoh si sdoppia in cinque personaggi diversi per rendere omaggio alla femminilità e alla cultura malese.

Intanto il presidente di giuria Wim Wenders, con la sua tipica saggezza zen (o forse solo rassegnazione), dichiara di non temere l’avanzata dell’AI:

“L’AI è già ovunque. Un giorno arriverà a produrre il film perfetto secondo gli standard degli studios, ma non sarà mai capace di realizzare il capolavoro secondo i canoni del cinema indipendente.”

Tema spinoso e delicatissimo, che mette in moto anche la direttrice del festival e tutti i curatori delle varie sezioni. Si spazia da “Forum Special Be Human Only, Dish Out the Truth”, concentrato sull’uso della tecnologia nell’arte e nella produzione, fino alla serie di cortometraggi All Realism, provenienti da ogni angolo del pianeta e per nulla timidi nell’esplorare il controverso rapporto tra creazioni artistiche e modelli generati dall’AI. E, tra un panel intitolato “Solidary AI?” e titoli di sezioni roboanti, si respira tutto quel fascino inquietante di un mondo in cui uomo e macchina si sfidano in un braccio di ferro creativo e esistenziale che nessuno sa come finirà. O almeno, questo è ciò che ci raccontano. Per ora.

Nel magico mondo del cinema moderno, dove tecnologia e caos convivono in perfetta armonia, arriva la nuova provocazione: non chiamatela intelligenza artificiale, perché qui si parla di qualcosa di molto più nobile e collettivo. Il documentario Wider than the sky (Più grande del cielo) di Valerio Jalongo, girato tra Europa, Stati Uniti e Giappone, ci regala un tour festoso tra neuroscienziati, filosofi, artisti e robot umanoidi, tutti riuniti per scambiarsi quattro chiacchiere sull’essenza della conoscenza umana condivisa. Perché, a quanto pare, senza questa, l’intelligenza artificiale non avrebbe nemmeno ragione di esistere.

Ovviamente, la grande domanda è: useremo questa genialità digitale per concentrare il potere nelle mani di pochi eletti – come si fa da secoli – o per costruire finalmente un futuro democratico e aperto? Una sfida da non prendere troppo sottogamba, visto che abbiamo sempre fatto il contrario e a quanto pare non abbiamo ancora imparato niente.

Dal sublime al pittoresco, ecco arrivare da Berlino il cinguettio scanzonato di Gore Verbinsky, regista noto per il suo linguaggio sempre sopra le righe. Lui, in pieno stile smaliziato, non vuole che un colosso come Meta gli serva storie confezionate e monotone, perché – parola sua – le “storie omologate” sono un male peggiore di un’influenza stagionale.

Secondo il nostrano visionario, la tecnologia potrà anche essere utile, ma se dovesse diventare quella bestia malvagia e orribile che si vede solo nei film horror di serie B, forse potremmo ancora tentare il miracolo: raccontarle qualche fiaba. Chissà, forse anche l’intelligenza artificiale ha problemi di mamma, quei traumi infantili che modellano i caratteri più difficili… o forse no, ma qualche speranza bisogna pure coltivarla mentre ci prepariamo al peggio.

L’ineluttabile contraddizione tecnologica

In sostanza, mentre i giganti della tecnologia promettono un futuro luminoso e democratico, la realtà è che stiamo praticamente invitando un lupo travestito da agnello nella nostra stalla digitale. Da un lato, si vuole celebrare l’intelligenza collettiva come nuova frontiera della saggezza umana. Dall’altro, si disegna uno scenario distopico in cui questa stessa intelligenza potrebbe facilmente diventare la regina del caos e della disinformazione.

Se fino a ieri l’intelligenza artificiale era la promessa di un sapere immenso e condiviso, oggi sembra più una gatta da pelare con il potenziale di trasformarci in meri burattini di un algoritmo che non ha altro interesse se non quello di mantenere il proprio potere. Ed è qui che il paradosso diventa irresistibile: la tecnologia che dovrebbe liberarci rischia di incatenarci ancora di più, magari con una bella fiaba digitale a tenerci compagnia mentre tutto va a rotoli.

Tra robot filosofi e registi pessimisti

Il bello è che nel dibattito trovano spazio tanto i sapienti esperti di neuroscienze quanto i robot umanoidi, questi ultimi evidentemente pronti a rivoltarci contro la loro stessa “intelligenza”. Non stupisce, quindi, che un regista come Verbinsky si senta in dovere di mettere in guardia dal potere oscuro e apparentemente senz’anima della tecnologia.

Il suo parere è rinfrescante nella sua brutalità: non vogliamo che ci racconti storie banali e uniformate, ma forse, in fondo, dobbiamo solo sperare che anche queste entità artificiali abbiano un briciolo di umanità, o almeno qualche problema materno da risolvere nei loro “anni formativi”. Così forse potremo fingere di controllarle, o quantomeno di persuaderle a non schiacciarci tutti sotto il loro pseudointellettuale manto digitale.

Chi poteva immaginare che la salvezza dell’umanità passasse tramite una fiaba sussurrata a un robot? Forse solo chi è abbastanza ironico da sopportare questa nuova stagione cinematografica fatta di dialoghi tra cervelli umani e circuiti infernali, mentre il mondo aspetta, come sempre, il prossimo capitolo di questa saga tecnologico-esistenziale.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!