Fenice in fiamme: Muti jr fa le valigie e lascia il caos dietro di sé

Fenice in fiamme: Muti jr fa le valigie e lascia il caos dietro di sé

Fuori due. Dopo Beatrice Venezi, nominata direttore musicale a partire dal prossimo ottobre, che però, bontà sua, non dirigerà né il Concerto di Capodanno né, a quanto pare, la prima della stagione, il sovrintendente Nicola Colabianchi della Fenice perde anche il suo consulente Domenico Muti. D’altronde, il figlio d’arte – che ha visto il padre Riccardo Muti esprimere qualche vaga apertura sulla contestatissima nomina di Venezi pochi giorni prima del 19 settembre a Torino – è stato ingaggiato dalla Fenice con un contratto da consulente strategico e procacciatore d’affari. Tre anni di contratto, 30 mila euro all’anno più un generoso 15% di provvigioni su ogni affar fatto. Evidentemente la Fenice sa come investire i soldi: ai dipendenti sospendono il contributo welfare – una “rappresaglia” ufficialmente giustificata da “incertezze di bilancio” – ma per le consulenze i fondi miracolosamente ci sono sempre.

Ovviamente, non bastava. Ne è stata ingaggiata un’altra, da 39 mila euro in soli sei mesi, affidata a una famosa società di comunicazione, probabilmente per tentare di ridare un po’ di smalto all’immagine tutt’altro che brillante di Venezi. Il sovrintendente Colabianchi, con la solita ritualità, ha smentito indignato. Peccato che non si capisca perché mai servano consulenti esterni per la comunicazione quando la Fenice è fornita di un ufficio stampa interno e, in teoria, perfettamente funzionante.

Il paradosso “tutti soldi per consulenti, nulla per welfare” ha pure scatenato una contestazione a più livelli, fino a spingere il Partito Democratico del Consiglio comunale a presentare un’interrogazione formale. È chiaro che almeno uno di questi incarichi di consulenza non sarebbe nemmeno dovuto iniziare. Infatti, il giovanissimo Muti ha scritto al sovrintendente imbastendo una lettera che è un capolavoro di diplomazia infuocata: il “clima creato” non gli permette certo di “proseguire serenamente” nel compito affidatogli. E con grande signorilità rescinde il contratto, rinunciando pure a qualunque compenso già maturato ma non ancora riscosso.

Il retroscena

Il quadretto è così bello che bisognerebbe donarlo a un museo delle contraddizioni: La Fenice, tempio culturale di fama mondiale, affida la guida musicale a una figura di cui neanche si vedrà l’ombra nei momenti più pubblicizzati, mentre si sparge a piene mani in consulenze dai contorni opachi.

Nicola Colabianchi, nel frattempo già piuttosto poco amato dai lavoratori e dall’ambiente veneziano del teatro, ha espresso il classico “profondo sentimento di amarezza” per “un’operazione trasparente” che però pare abbia fatto ridere più per le “strumentalizzazioni” di cui è stata oggetto. E infatti promette grandi cose: la Fenice sarà presto protagonista in Cina, Giappone, Emirati Arabi e Germania. Di chi sarà la bacchetta magica, però, resta un mistero irrisolto, per la serie “tutto molto bello, purché non si noti troppo chi comanda”.

Chissà se Colabianchi, approdato alla Fenice grazie al “governo del merito” dopo una reputazione tutt’altro che brillante al Lirico di Cagliari, sia così sfortunato o semplicemente poco capace. Fatto sta che, con lui al timone, quel gioiello veneziano universalmente apprezzato per qualità artistica e amministrativa è diventato terreno di infinite polemiche. Anche tra le maestranze e i lavoratori si è diffuso un coro unanime di malumore contro la sua gestione. A questo punto, parafrasando l’immortale Cervantes, si potrebbe dire che, per il nostro eroe Colabianchi, “la sconfitta è il blasone dell’anima benedetta”.

L’ironia della protesta

Nel frattempo, a Venezia, le maestranze e i lavoratori del teatro hanno deciso di mostrare il loro disappunto in maniera perentoria, protestando contro quella che definiscono una nomina più che discutibile di Venezi, con buona pace della trasparenza e del merito tanto sbandierati.

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