Federico Guarino e la polizia di Torino: cronaca di un pestaggio che nessuno ammetterà mai

Federico Guarino e la polizia di Torino: cronaca di un pestaggio che nessuno ammetterà mai
Torino, durante una manifestazione per Askatasuna, un fotografo professionista ha vissuto il sogno di ogni cronista: essere aggredito brutalmente dalle forze dell’ordine, nonostante urlasse a gran voce “Sono un fotografo, sto lavorando!”

Non basta dunque dichiararsi giornalisti o operatori dell’informazione per evitare manganellate a tradimento. Il nostro eroe, che probabilmente aveva l’unica colpa di scattare fotografie a soggetti “scomodi”, racconta sconsolato di aver subito “calci, pugni e manganellate” da almeno quattro o cinque agenti, nonostante avesse ben pensato di indossare un casco – dettaglio che evidentemente non ha impedito invano che fosse malmenato.

Fisicamente, per fortuna, se l’è cavata con qualche ammaccatura. Psicologicamente? Ah, quella è tutta un’altra storia. Rabbia, delusione e tristezza si mescolano alla perfetta fotografia del paradosso: essere massacrati senza alcun motivo, da chi dovrebbe tutelare e proteggere.

E così, alla fatidica domanda “Cosa significa essere un fotografo in una manifestazione?”, la risposta è azzeccata: significa rischiare di finire in un pestaggio indifferenziato, perché evidentemente il diritto di cronaca non coincide con il concetto di sicurezza delle forze dell’ordine.

Il tutto si è svolto sotto gli occhi increduli di chi si aspetterebbe un minimo di rispetto per chi documenta i fatti, non per chi li inventa. Nel 2026, in Italia, dunque, se lavori a un servizio fotografico in piazza stai sicuro di un dettaglio fondamentale: la divisa ti prenderà a calci e pugni, che tu abbia il casco o no.

La libertà di stampa fatta a pezzi dalla realtà

La vicenda del fotografo di Torino è l’emblema perfetto di come i principi della libertà di stampa si scontrino con la realtà di una polizia sempre più pronta a pestare chiunque si muova nelle manifestazioni. Dichiara di essere estraneo ai tafferugli? Non importa. Non prova a scappare? Peggio ancora, può essere una scusa per aumentare la dose di manganellate gratuite.

In un paese che si definisce democratico, dovrebbe essere scontato garantire a chi documenta gli eventi la massima sicurezza. Evidentemente no, perché il fotografo aggredito racconta ben altro: un atteggiamento, quello delle forze dell’ordine, così erratico e violento da far pensare che l’obiettivo non fosse tanto sedare disordini, quanto esercitare potere e intimidazione.

E poi, per mettere il sigillo alla tragicomica vicenda, il fotografo ha aggiunto – con quella povera forza di chi ha subito un abuso – una frase dolceamara: “Sto bene, tutto sommato…”. È il riconoscimento smaccato di quanto ormai la violenza gratuita sia diventata normale, anzi, quasi un obbligo istituzionale.

Così, fra calci, manganellate e dichiarazioni che cercano di addolcire l’amara realtà, la cronaca quotidiana impartisce un insegnamento spietato: se vuoi fare il fotografo nelle manifestazioni, preparati a tener duro, perché la divisa non è qui per proteggerti, ma per farti capire chi comanda.

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