Kevin Maxwell Warsh, classe 1968, nato ad Albany nello Stato di New York, è il nuovo protagonista della Federal Reserve. Che novità, direte voi, un’altra pedina della cerchia élitaria che torna a sedersi sulla poltrona più ambita dell’economia americana. Warsh non è uno qualunque: laureato a Stanford, master alla Harvard Law School, specializzazioni alla business school di Cambridge e al MIT. Un curriculum così sensazionale che avrebbero potuto semplicemente telefonargli e chiedergli cosa pensasse di fare dell’economia mondiale.
Il suo ritorno alla Fed è una specie di “ritorno al futuro”: aveva già svolto il ruolo di governatore dal 2006 al 2011, l’epoca gloriosa della crisi dei mutui subprime e del collasso della Lehman Brothers. Anni d’oro in cui, tra scatoloni di dipendenti sull’uscio, la Fed correva a comprare il debito americano per non far crollare tutto. Warsh, allora, era la voce ufficiale che collegava Fed, Wall Street e l’alta finanza mondiale, tessendo le fila con i Paesi del G20. Insomma, il giovane prodigio che teneva insieme il circo dello spaventapasseri economico globale.
A fine maggio, Warsh prenderà il posto di Jerome Powell, quel “ritardatario” secondo Donald Trump, accusato di non aver tagliato i tassi abbastanza velocemente. Voilà, arriva Warsh, l’uomo perfetto per il tycoon: un economista che finalmente sembra capace di abbassare il costo del denaro e far partire la locomotiva americana, ovviamente sempre su binari privilegiati.
Prima di essere considerato l’allievo prediletto di Trump, Warsh ha saputo aggregare solidi consensi anche in ambienti più tradizionali. Prima di tornare alla Fed, lavorava alla Casa Bianca sotto George W. Bush come assistente speciale per la politica economica e segretario esecutivo del Consiglio economico nazionale. Quindi, un’esperienza da manuale nella politica economica americana, certificata dall’accreditamento presso le élite repubblicane. Però, attenzione, non aspettatevi un fanatico delle tariffe protezionistiche, che tanto vanno di moda sui social.
Trump, che evidentemente ama circondarsi di persone “note e apprezzate da Wall Street”, ha sottolineato giovedì sera la sua imminente nomina, annunciata ai giornalisti come un evento degno di una rivelazione divina. Warsh ha dalla sua una partecipazione nel board di aziende come UPS e Coupang, oltre a una discreta esposizione mediatica – o meglio, qualche articolo qua e là infarcito di analisi sull’inflazione e le mosse della Fed, giusto per farsi vedere a cena con la crème della politica economica.
Se il Senato deciderà di ratificare questa brillante scelta, Warsh sarà ufficialmente in carica da maggio, salvo una prematura uscita di scena del buon Jerome Powell, quell’uomo di poca iniziativa rimasto alla guida durante i primi miracoli economici di questo mandato.
Tra élite e politica: un cocktail inesplorabile
La nomina di Kevin Warsh è un capolavoro di coerenza tra politica e finanza, un trionfo della tradizione repubblicana infarcita di un tocco di modernità accademica d’élite. D’altronde, cosa c’è di più rassicurante per un presidente ossessionato dal taglio rapido dei tassi di interesse, se non affidarli a un pupillo delle università di punta e del capitalismo americano più consolidato?
Eppure, dietro la patina di competenza, si nasconde la solita sinfonia di interessi ben orchestrati. Un economista che suona come “l’amico di Wall Street” non poteva che incarnare l’ideale per gli uomini che controllano il polo di potere finanziario più potente del mondo – perché in fondo, se la locomotiva americana deve andare avanti, tanto vale che la tirino i soliti noti.
La storia recente ci ha insegnato che quando la Fed apre il portafoglio per sostenere il sistema creditizio, qualcuno da qualche parte finisce ovviamente per pagare il conto, e quel qualcuno siamo sempre noi, poveri terrestri dal portafoglio più fragile. Ma non illudiamoci che con Warsh al timone la musica possa cambiare. Il marchio di fabbrica resta quello di un’economia che favorisce chi è già in sella.
Resta quindi da vedere se questa impronta da “banchiere classico” saprà entusiasmare gli irriducibili sostenitori di tagli di tassi a mani basse, o se finirà per essere solo un altro capitolo della saga delle nomine “di sistema” che predicano crescita ma sanno benissimo a chi serve davvero il denaro a buon mercato.



