Immaginate la scena: mamma orsa, tranquilla e protettiva, si aggira nel Parco nazionale d’Abruzzo con i suoi tre cuccioli. All’improvviso, spuntano come funghi i carabinieri forestali, pronti a strappare i piccoli alla madre per portarli in un centro statale “protetto”. Il motivo? Osservare il loro comportamento, perché negarci lo spettacolo quotidiano dell’intrusione umana nel regno animale? Naturalmente, la povera mamma orsa reagisce con istintiva, furibonda indignazione, completamente ignara delle “regole” che l’uomo ha inventato persino per la fauna.
Sei mesi dopo, stessa metafora ma versione casalinga e umana: Catherine Birmingham, deportata con i suoi tre figli in una casa famiglia di Vasto su ordine del Tribunale dei Minori dell’Aquila, si sente esattamente come quell’orsa in gabbia. Circondata da psicologi, insegnanti, assistenti sociali, tutte figure panottiche che ruotano attorno ai bambini per cercare di addomesticarli (eh sì, proprio come i cavalli che Catherine ha domato in giro per il mondo, dall’Australia al Giappone, dalla Germania all’Indonesia), la protagonista di questa triste fiaba si ritrova relegata al piano di sopra della casa gestita dalla Diocesi, mentre i figli occupano il piano di sotto, impegnati in attività da asilo: disegni, carte, macchinine, bambole, e quella grande novità che li affascina e confonde, la televisione.
Poi, come in ogni sit-com degna di nota, ecco la svolta drammatica: i bambini, vedendo la mamma comparire nella sala comune dove gli altri minori svolgono le stesse monotone attività, cercano disperatamente il suo sguardo, un semplice cenno di approvazione. Perché sanno bene cosa pensa Catherine di quel mondo artificiale, dominato dal consumo compulsivo e dalla plastica, proprio il tipo di universo che lei ha sempre evitato nella sua vita nomade da domatrice.
Questi 90 giorni di prigionia temporanea hanno regalato ai piccoli nuove scoperte, ma il forte legame affettivo con mamma Catherine e il papà Nathan resta intatto. Contrasto di esperienze tra la vita selvaggia nel bosco, di cui i gemelli di quasi 7 anni e la primogenita di quasi 9 sono sacri testimoni, e la routine metallica e artificiale della casa famiglia. Catherine, nervosa e costretta alle lacrime segrete, e i bambini, nervosi e ansiosi, si scatenano in scarabocchi sui muri, si ribellano rompendo una porta a vetri, gettando sassolini dal terrazzo, manifestando la disperazione di chi si sente intrappolato.
Fortunatamente, esistono le poche oasi di normalità: le ore di gioco, la visita del papà e di parenti arrivati dall’Australia a dare un po’ di forza a Catherine, e perfino una maestra volontaria che si offre di dare lezioni private gratis. Lidia Camilla Vallarolo, insegnante in pensione di Vasto ma originaria di Torino, ha trovato nei tre piccoli una “scoperta” educativa:
“Tutto procede regolarmente, sono molto attenti e seguono il metodo didattico che ho iniziato con loro. Con me la situazione è tranquilla.”
Nel mentre, i legali della coppia anglo-australiana hanno depositato un’altra istanza per il ricongiungimento familiare. Il 6 e 7 marzo è prevista una tappa importantissima: l’incontro tra la psichiatra nominata dal Tribunale dei Minori e i tre bambini, momento chiave per una perizia psicodinamica che coinvolge tutta la famiglia. La consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) avrà 120 giorni per confezionare la sua relazione, giusto il tempo di scaldare una sedia fino a giugno.
Nonostante questo conteggio da orologio svizzero, la tensione nella struttura di Vasto cresce a dismisura, come se suggerisse un’accelerazione imprevista. Tra le ipotesi meno pubblicizzate ma sempre presenti, si fa largo quella del possibile affidamento provvisorio al papà. Ma, ovviamente, ogni cosa rimane avvolta in un gorgo di nebbia, sospesa nel limbo dell’incertezza e dei dubbi, mentre questa vicenda si annuncia già come uno dei casi di cronaca più intricati e imbarazzanti degli ultimi vent’anni. Alla fine, speriamo solo che nessuno si faccia male; ma con questo cast di personaggi nessuno può davvero rassicurarsi.



