Un Paese che si vanta di aver appena varcato una “svolta epocale” dalla quale, udite udite, “non tornerà più indietro”. Benvenuti nell’“età dell’oro”, un’era magica in cui l’America sarebbe diventata “più grande, più forte e più ricca che mai”. Un luogo in cui “il lavoro abbonda come mai prima nella storia”, dove l’inflazione, una volta ai livelli più alti della memoria, sarebbe stata miracolosamente domata, i prezzi della benzina si sarebbero abbassati senza motivo apparente, i tassi sui mutui sarebbero scesi ai minimi degli ultimi quattro anni e dove la crescita economica avrebbe raggiunto vette da record degne di Wall Street in delirio. E, ovviamente, un futuro radioso di prosperità sarebbe assicurato, perché i dazi – sì, proprio quei dazi che pesano su imprese e consumatori – dovrebbero sostituire il “vecchio” sistema di imposta sul reddito. Per non farsi mancare nulla, il resto del mondo, in un impeto di generosità senza precedenti, si sarebbe impegnato a investire la bellezza di 18 trilioni di dollari. Questa, secondo la mente geniale di Donald Trump, è l’America che sta guidando, anche se i numeri veri suonano molto più come un incubo, e gli americani lo hanno capito bene: sei su dieci, secondo l’ultimo sondaggio, sono convinti che la situazione del Paese sia peggiorata rispetto a un anno fa.
Il miracolo della crescita economica è già in affanno per il 2025
“Quando ero qui dodici mesi fa, mi sono trovato davanti a un Paese in crisi, con un’economia in stallo e un’inflazione alle stelle”, ha proclamato Trump, che poi ha rivendicato il merito di aver scatenato una “rivoluzione” verso questa presunta “età dell’oro”. Peccato che nel 2024 il PIL degli Stati Uniti sia cresciuto solo del 2,8%, appena sotto il +2,9% dell’anno precedente. Ma aspettate, perché nel 2025, con il tycoon nuovamente al timone, la crescita ha rallentato a un anemico +2,2%. E come se non bastasse, nel bel mezzo dell’anno questo ritmo ha colato a picco, passando dal +4,4% del terzo trimestre – spinto esclusivamente dagli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale – a un magro +1,4% nell’ultimo trimestre, che è manco la metà delle mirabolanti previsioni del 5,4% sbandierate da Trump al forum di Davos. Ma tranquilli, tutto sotto controllo, ovviamente.
Il boom dei licenziamenti: un successo economico da annoiare
Nel frenetico corso dello scorso anno, oltre un milione di persone sono state gentilmente licenziate dal settore pubblico e privato, di cui 300mila sono il frutto diretto dei tagli operati dal Dipartimento per l’efficienza governativa, che fino a maggio era il regno di Elon Musk. Un vero record, ma purtroppo negativo, il peggior dato dal lontano 2020, quando la pandemia aveva già devastato l’occupazione. Nel frattempo, la retribuzione di nuovi posti di lavoro è praticamente evaporata: secondo l’ultimo bollettino ufficiale del Bureau of Labor Statistics, nel 2025 le assunzioni si sono fermate a esigue 180mila unità, un minimo storico anche questo, pari allo zero assoluto della crescita occupazionale. A gennaio, il tasso di disoccupazione ha toccato un confortante 4,3%, leggermente superiore al 4% di gennaio 2025 – ma chi se ne preoccupa, no?
La sentenza sui dazi: chi paga davvero?
Da buon strategeta, Trump ha bollato come “sfortunata” la decisione della Corte Suprema che ha steso un faldone sul tentativo di imporre dazi sfruttando l’International Emergency Economic Powers Act, quasi a lamentarsi che la legge non sia stata piegata a suo piacimento. Ribadendo la sua ferma intenzione di proseguire per la strada delle tariffe commerciali, il presidente si ostina a ignorare un piccolo dettaglio: questi balzelli non sono pagati dagli avversari stranieri, ma finiscono per gravare immortali su consumatori e imprese americane. Ma a chi importa, se si può dipingere una versione dell’America in piena rinascita, anche se questa è più fantasia che realtà.
Ah, la brillante strategia tariffaria del presidente Trump: promettere che saranno gli altri a pagare i costi invece dei cittadini americani. Una favola che si scontra con la dura realtà, tanto che una recente analisi della Federal Reserve di New York ha scoperto che ben il 90% delle tariffe coniate lo scorso anno ha colpito direttamente le tasche di aziende e consumatori statunitensi. Ovvero: l’idea geniale di scaricare il peso sui “cattivi stranieri” si è tradotta in un regalo da oltre 1.700 dollari annui per famiglia made in USA. Complimenti per la precisione, Mister Trump.
Nel suo stile inconfondibile, il presidente ha dichiarato di aver “ereditato l’inflazione più alta della storia” ma di averla ridotta rapidamente, vantandosi poi della discesa dei prezzi della benzina. Peccato che i numeri raccontino una storia leggermente diversa: dopo il picco del 9% registrato a giugno 2022, causato anche dalla guerra in Ucraina, l’inflazione ai prezzi al consumo è sì scesa, ma si è fermata a un inflazionato 2,7% a fine anno. E mentre qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo, moltissimi americani hanno dovuto sborsare di più per affitti, carne, latticini, frutta e verdura. A gennaio, infatti, l’aumento resta al 2,4%, con i costi energetici che schizzano alle stelle proprio grazie al boom… indovinate un po’? Dei datacenter per l’intelligenza artificiale. Insomma, l’atteso scampato pericolo dei dazi che avrebbero fatto saltare la banca resta un’illusione. Nel frattempo, la difficoltà a far quadrare il bilancio familiare, o “affordability”, non è mai stata così reale, dominando il dibattito politico mentre i candidati si preparano ai Midterm.
Trump ha annunciato con orgoglio di aver imposto “il più grande taglio fiscale della storia americana”, grazie a un Congresso Repubblicano tutto sommato docile. Il famoso “Big Beautiful Bill Act” di luglio, col suo carico di promesse mantenute e debiti galoppanti, ha infatti privilegiato la fascia benestante del Paese. Quel piccolo (ma significativo) dettaglio che sfugge al presidente è che il Congressional Budget Office, organo indipendente e serioso, ha calcolato una perdita annua media di 1.559 dollari per ogni famiglia del 10% più povero, mentre l’elite più ricca si gode un assegno festivo superiore ai 12.000 dollari a testa. Pare che redistribuire la ricchezza in America significhi prenderla ai più bisognosi, in perfetto stile “trumpiano”.
Per finire con una nota da ottimismo smaccato, Trump ha vantato il roboante impegno a investire la bellezza di 18 trilioni di dollari da parte di partner globali, numeri ripetuti come un mantra nelle ultime settimane. Salvo poi scoprire che il sito ufficiale della Casa Bianca, nella pagina dedicata al cosiddetto “Trump effect”, si ferma a poco meno di 10 trilioni, mischiano investimenti di presente e passato, compresi quelli pianificati durante l’amministrazione Biden. Scettici e analisti indipendenti come Scott Lincicome del Cato Institute non si fanno ingannare: «Un incremento del Pil reale a due cifre ogni anno? Se davvero fosse così, sarebbe un evento sconvolgente. Purtroppo per il presidente, questo numero è solo una favola ben confezionata.»



