Con una vigorosa maggioranza degna di una standing ovation nel teatro dell’assurdo, il Parlamento Europeo ha deciso di liberare ben 7,5 milioni di euro dal Fondo europeo di aggiustamento alla globalizzazione (EGF), destinati a soccorrere 3.414 operai lasciati a piedi dopo che la celebre casa automobilistica Audi ha chiuso il suo stabilimento di Bruxelles. Un applauso da 593 voti favorevoli, contro appena 55 contrari e 9 astenuti, che dimostrano quanto sia urgente salvare quei poveri lavoratori abbandonati.
Nel febbraio 2025, però, la produzione del modello Q8 e-tron di Audi si è fermata sotto l’ombra implacabile della chiusura definitiva dello stabilimento brussellese, dopo un glorioso cammino durato oltre 75 anni, trasformando così non solo i dipendenti diretti in esuberi, ma anche decine di fornitori nel mezzo di una tempesta economica. La generosa mano dell’EGF punterà a salvare 2.580 ex dipendenti dell’azienda e 834 lavoratori legati alle forniture, offrendo un menu all-you-can-eat di servizi: orientamento professionale, aiuto nella ricerca di un nuovo impiego, corsi per acquisire nuove competenze e persino assistenza per quei coraggiosi che vogliano avventurarsi nel coraggioso mondo del lavoro autonomo.
I nostri onorevoli europarlamentari non hanno potuto trattenere il loro sgomento: la chiusura di Audi in Belgio, un paese che ancora registra profitti, lascia davvero l’amaro in bocca. E non è tutto: la produzione si sposterà nelle luccicanti, ma meno sindacalizzate, terre di Cina e Messico.
Il sentimento di preoccupazione è andato oltre, puntando il dito sulla “penuria” di condizioni di lavoro accettabili e – chissà come mai – sull’insufficiente accesso e uso di fonti di energia pulita e a basso costo, rei, secondo alcune voci, di aver contribuito alla clamorosa scelta di delocalizzare l’intera produzione.
Non dimentichiamo che il costo totale di questo pacchetto di sostegno si aggira intorno agli 8,8 milioni di euro. Ovviamente, la generosità europea coprirà l’85% di questa cifra, 7,5 milioni in soldoni veri, mentre il Belgio, con entusiasmo e magra soddisfazione, si farà carico del restante 15%, pari a circa 1,3 milioni, tramite i suoi servizi pubblici regionali per l’impiego.
Il contesto e l’ennesima epopea del Fondo europeo di aggiustamento alla globalizzazione
Per chi avesse perso l’ultima puntata della saga burocratica, il Fondo europeo di aggiustamento alla globalizzazione (EGF) 2021-2027 è quel meccanismo che ogni volta si mobilita per aiutare i lavoratori licenziati o gli autonomi colpiti da eventi di ristrutturazione imprevisti e di vasta portata. Per accendere la miccia dei fondi, c’è bisogno di almeno 200 esuberi in un lasso temporale definito, e se la domanda rispetta tutti i paletti draconiani imposti, allora la Commissione Europea fa la sua proposta, che poi deve passare per l’approvazione del Parlamento e del Consiglio. Tutta questa danza istituzionale deve farci sentire rassicurati, nel sapere che finora questo Fondo ha aiutato più di 181.000 persone in 20 paesi, toccando 186 casi e distribuendo circa 727 milioni di euro. Un vero toccasana.
Chiaramente, è consolante pensare che mentre aziende dalla solidità economica discutibile chiudono stabilimenti europei per spostare produzioni verso geografie più “ospitali” in termini di costi e tutele, l’Unione risponda prontamente con pacchetti milionari per curare le ferite di un sistema che pare incapace di trattenere la sua forza lavoro. Una nobile causa, senza dubbio, ma resta da capire se basti a placare la frustrazione delle famiglie, degli operai, e di tutto quel groviglio di interessi che si muovono nella grande giostra della globalizzazione.



