Europa scopre finalmente i suoi tesori minerari critici e tutti fingono di sorprendersi

Europa scopre finalmente i suoi tesori minerari critici e tutti fingono di sorprendersi

Che spettacolo: nel cuore dell’Europa, due compagnie minerarie nordiche si danno battaglia per la supremazia delle risorse, e lo fanno con approcci tanto innovativi quanto contrastanti. Da una parte, l’idea geniale della “miniera invisibile” – chissà quanto invisibile sarà quando ti ritroverai a cercarla – e dall’altra, un progetto di spostamento che farebbe arrossire qualsiasi scenografo di Hollywood. Tutto questo straordinario balletto rientra perfettamente nella grande strategia dell’Unione Europea, che vuole finalmente dire addio alla sua dipendenza dal gigante cinese per i minerali critici.

La nuova iniziativa “RESourceEU” promette di incrementare gli investimenti in progetti strategici per garantire l’accesso a materie prime autoctone, non solo nel brevissimo periodo ma anche a lungo termine. Insomma, Bruxelles si è svegliata dal torpore e ora parla con toni drammatici di “urgenza”. Come ci ha raccontato Alf Reistad, amministratore delegato di Rare Earths Norway, la politica sembra finalmente aver intuito la serietà del problema. Ma perché fare qualcosa oggi se si può sempre procrastinare finché non è più possibile?

Alf Reistad ha detto:

“Oggi finalmente c’è un senso di urgenza. Tutti parlano della necessità di agire subito. Noi abbiamo sempre detto che siamo troppo presto finché non saremo troppo tardi.”

Wow, che illuminazione! Nel giugno scorso, Rare Earths Norway ha annunciato la scoperta del più grande giacimento di terre rare europeo, proprio nella pittoresca Ulefoss, in Norvegia. Stiamo parlando di un complesso carbonatitico che contiene 8,8 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare (TREO) e, dettaglio non trascurabile, circa 1,5 milioni di tonnellate delle preziosissime terre rare magnetiche come neodimio e praseodimio, indispensabili per auto elettriche, turbine eoliche, robotica e difesa. Un vero tesoro, insomma.

Ma prima di aprire i champagne, va detto che il progetto è ben lungi dal realizzarsi. Tra permessi, piani urbanistici e studi di prefattibilità, il traguardo per portare queste terre rare sul mercato è fissato alla prima metà degli anni ’30. Nel frattempo, la compagnia fa la sua parte nel lobbying, chiedendo tempi più rapidi per le autorizzazioni e garanzie sul prezzo – come se tutto questo bastasse a risolvere i mille problemi di una filiera mineraria europea.

Alf Reistad paragona la corsa al tesoro di Rare Earths Norway a una sorta di “Enhanced Games”, quella geniale competizione dove gli atleti fanno uso di sostanze proibite sotto controllo medico. Ovviamente, anche nella sfida delle materie prime “dopate” non si scherza:

“Se guardate a cosa stanno facendo Cina e Stati Uniti, è una specie di Enhanced Games. Per noi non c’è partita se non abbiamo sicurezza. Guardate cosa ha fatto [Donald] Trump: è stato rapido e audace. Senza condizioni eque, questo progetto non andrà da nessuna parte.”

In altre parole: la competizione globale sulle materie prime somiglia molto a una gara di doping, dove chi ha le regole più flessibili vince sempre. Nel frattempo, l’Unione Europea si agita, sventola il suo piano “ma quale parità?” e spera che i prossimi anni portino qualche miracolo tecnico e burocratico.

A proposito di ‘miracoli’, date un’occhiata a cosa accade a Kiruna, in Svezia: per evitare che la miniera di ferro della LKAB devasti il tessuto urbano, la chiesa della città, pesantissima (ben 672,4 tonnellate), è stata semplicemente spostata di 3 chilometri. Sì, avete capito bene, non è stata demolita, ma letteralmente trasportata su strada, come se fosse l’ultima novità tra i traslochi di mobili. Questa è la misura estrema cui si arriva quando le attività minerarie entrano in conflitto con il vivere civile, mostrando uno scenario dove le risorse sono indispensabili, ma il prezzo da pagare rischia di essere il patrimonio culturale e sociale.

Un futuro ancora grigio, ma retrò

Il paradosso è tutto qui: l’Europa, da sempre campione di ambientalismo e tutela dei cittadini, è costretta a giocare questa partita “miniera invisibile o spostamento di chiese” per tentare di mantenere una parvenza di autonomia strategica. Tra lobby, studi di fattibilità, rallentamenti burocratici e una competitività globale in stile olimpico supportata da doping politico-economico, la strada appare tutta in salita. Nel frattempo, da Bruxelles si levano promesse di estrarre il 10%, lavorarne il 40% e riciclare altrettanto entro il 2030. Probabilmente, un altro miracolo da attendere con pazienza, o meglio con scetticismo.

Insomma, l’Europa vorrebbe diventare indipendente, ma sembra invece andare incontro al più classico dei paradossi: con un piede nel futuro e l’altro incastrato nelle sabbie mobili dei propri mille limiti. E in questo delicatissimo gioco di equilibri, ci sarà sempre da scommettere su chi riuscirà a fare più rumore spostando chiese o inventandosi miniere invisibili.

Unione Europea si preoccupa così tanto della sua dipendenza dalle materie prime. Limitiamo il consumo di una sola fonte esterna al 65%, esattamente come se il 35% rimanente potesse magicamente risolvere tutti i problemi. Ma tranquilli, non è più un capriccio: la strategia comunitaria è ormai quella di scoprire depositi interni per non implorare più le gentili potenze straniere.

Per esempio, Rare Earths Norway sta pianificando di estrarre terre rare dal suo sito di Fen con un concetto che suona quasi come una barzelletta: la “miniera invisibile”. L’idea è scavare una lunga galleria diagonale sotto il villaggio di Ulefoss, senza far capire nulla a chi ci vive sopra. Dopo aver estratto le preziose rocce, le cavità vengono riempite con materiali di scarto. Elegante, vero?

Il signor Reistad ha definito fondamentale che gli abitanti sopra il deposito siano “sicuri”. E non parliamo solo di sicurezza geologica, ma proprio di evitare il destino che è toccato a Kiruna, in Svezia, dove l’intera città è dovuta essere spostata per via dell’attività mineraria. A Fen hanno circa 300 proprietà e altrettante persone da considerare.

La comunità? Si dice in gran parte favorevole, anche se qualche piccola preoccupazione per la stabilità del terreno o per dove mettere i rifiuti qualcuno l’ha espressa. Ma si sa, si vive pericolosamente quando si tratta di “sovranità mineraria”.

La città artica che si sposta anziché scomparire

Nel frattempo, la statale svedese LKAB fa le cose a modo suo, non solo scavando, ma spostando intere comunità. Nel gelido nord di Kiruna, l’espansione della più grande miniera di ferro sotterranea del mondo richiede lo spostamento di migliaia di abitanti e la ricostruzione di un intero centro urbano. Ovviamente, perché scavare rovina tutto, quindi meglio spostare la città che si trova… proprio sopra i giacimenti.

Come ciliegina sulla torta, nel 2025 hanno pure spostato una chiesa in legno vecchia di 113 anni per ben cinque chilometri, coinvolgendo personale specializzato e un budget da capogiro. E se pensate sia finita qui, vi sbagliate: altre 6.000 persone e più di 2.700 case si preparano a essere sacrificate sul culto del minerale. Tutto questo con un costo stimato di 22,5 miliardi di corone (che fa circa 2,4 miliardi di dollari). Un vero affare per la modernità.

Niklas Johansson, vicepresidente di LKAB, tiene a precisare che questo gigantesco spostamento non ha nulla a che vedere con la scoperta delle terre rare, ma solo con il ferro, tanto per mettere le cose in chiaro. E poi, con la faccia tosta di chi sa di essere nel giusto, ammette che l’estrazione delle terre rare, benché allettante, non è poi così scontata sotto il profilo economico.

Johansson dice:

“Abbiamo già portato il materiale in superficie grazie al ferro. Ma non è detto che questo costituisca un vero business. Sembrerebbe di sì per noi, ma non è certo un ‘colpo sicuro’. E se per noi, con tutta l’infrastruttura pronta, non è banale, figuriamoci per gli altri in Europa.”

Sovranità mineraria o utopia europea?

Anthony Heron, vice capo redattore al think tank Arctic Institute, sembra apprezzare questa corsa al tesoro gelido come un pilastro della tanto decantata “sovranità mineraria” europea. Con toni entusiasti sottolinea che i depositi di Fen potrebbero soddisfare una buona porzione della domanda futura dell’UE per questi materiali tanto preziosi quanto rari. Ecco spiegata la strategia di Bruxelles, che con il Critical Raw Materials Act vuole obbligare gli stati membri a estrarre di più “in casa”, riducendo l’onta di dipendere dalla Cina, regina incontrastata del mercato.

Insomma, tra tunnel invisibili, città mobili e sogni di una miniera “europa-centrica”, la questione delle terre rare si risolve così: fare finta di nulla, scavare senza disturbare troppo e spostare ciò che di troppo ingombrante si trova sopra, magari con un tocco di ironia. In fondo, chi ha detto che il progresso non sia una commedia?

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