Ah, la magnifica idea di affidare al caro, vecchio algoritmo il potere di scandire le nostre vite lavorative, ma con un tocco umano per farci sentire meno robot. Gli eurodeputati del Comitato Occupazione e Affari Sociali (per inciso, mica per farci dormire sonni tranquilli) hanno deciso di mettere nero su bianco una serie di raccomandazioni per una nuova direttiva UE. Obiettivo? Assicurare un uso “trasparente, giusto e sicuro” dei sistemi automatizzati utilizzati per monitorare e prendere decisioni sul posto di lavoro. Come se non bastasse, ci tengono a sottolineare che grazie all’algoritmo, il lavoro si ottimizza. Peccato che poi chiedano a un umano di controllare tutto, perché, si sa, l’algoritmo da solo rischia di diventare un po’ troppo tiranno.
Naturalmente, la votazione è stata una passeggiata: 41 voti a favore, 6 contrari (forse quegli ultimi un po’ allergici alla tecnologia) e 4 astensioni, che più evasive non si può.
Gestione umana: perché il robot non può licenziare da solo
Secondo questo capolavoro di saggezza legislativa, ogni decisione presa o supportata da questi fantomatici sistemi di gestione algoritmica deve avere un supervisore umano. Eh sì, perché magari un algoritmo decide di far fuori qualcuno dopo aver analizzato milioni di dati, ma il colpo di grazia deve pur sempre arrivare da un umano, giusto per mantenere quell’illusione di equità. I lavoratori, che fortunatamente non sono solo numeri, dovrebbero poter chiedere spiegazioni sul come e perché di quelle decisioni. Dal rinnovo del contratto alle modifiche salariali, dalla disdetta del rapporto di lavoro alle eventuali sanzioni disciplinari: tutto deve passare per le mani di un umano. Che consolazione!
Trasparenza, quella sconosciuta
Come dovrebbero essere costantemente informati i poveri lavoratori? Secondo i deputati europei, bisognerebbe tenerli al corrente su come questi sistemi influenzano le loro condizioni di lavoro, quando vengono usati per prendere decisioni, quali dati vengono raccolti e, naturalmente, come si garantisce la supervisione umana. Non solo: i lavoratori hanno diritto a essere formati su come convivere con queste creature digitali, e dovrebbero essere consultati su questioni che riguardano stipendio, valutazioni, assegnazione dei compiti e orari di lavoro – ovvero tutto ciò che influenza direttamente la loro vita, ma sempre “con il supporto” dell’algoritmo, perché da solo sarebbe troppo feroce.
E per gli amanti del benessere del dipendente, la direttiva esige che l’uso dei sistemi di gestione algoritmica non metta a rischio la salute fisica o mentale dei lavoratori. Sentite un po’ che mirabile altruismo.
Privacy, anche se difficile da immaginare
La protezione dei dati privati è sacra, almeno a parole. Perciò i legislatori hanno deciso che è vietato processare dati relativi allo stato emotivo, psicologico o neurologico dei lavoratori, alle loro comunicazioni private, ai dati raccolti durante le pause, o alla tracciatura in tempo reale fuori dall’orario di lavoro. E, per favore, niente dati che riguardano la libertà di associazione o la contrattazione collettiva. Insomma, un tentativo di garantire che l’algoritmo non diventi un Grande Fratello impazzito, anche se va detto che posti così che si rispettano ancora si contano sulle dita di una mano. Ma almeno la buona volontà c’è, forse.
Andrzej Buła, il relatore polacco del Partito Popolare Europeo, si sente così ispirato dalla sua creatura normativa da dichiarare:
“Questo rapporto rappresenta una proposta importante e bilanciata di regole per l’uso della gestione algoritmica sul luogo di lavoro, nel delicato rapporto tra datore di lavoro e dipendente. Entrambi gli attori industriali possono sentirsi vincitori. I datori avranno pieno diritto di scegliere i sistemi che preferiscono, senza inutili pesi amministrativi. I partner sociali saranno consultati per migliorare la conoscenza e le competenze dei lavoratori. Questi ultimi avranno diritto di essere informati, e nessuno sarà licenziato da un algoritmo. I dati personali dei dipendenti saranno protetti. Una Europa forte è quella che combina competitività e sviluppo con alti standard sociali. Questa è la mia interpretazione dello stile di vita ‘europeo’.”
I prossimi passi di questa commedia europea
Andrà tutto in scena nel prossimo plenaria di dicembre, dove si voterà questa magnifica iniziativa legislativa. Dopodiché, la sempre efficiente Commissione avrà tre mesi per rispondere, con due possibili declinazioni: o dice che prenderà provvedimenti a modo suo, oppure spiega perché proprio non ha intenzione di seguirne le preziose indicazioni.
Un palcoscenico già illuminato da leggi europee
Ovviamente, il legislatore europeo non è nuovo a queste performance: esistono già il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati e l’ambizioso, quanto fumoso, AI Act. Inoltre, la Direttiva sul lavoro in piattaforma si è già guadagnata un posto nei manuali di burocrazia digitale, con qualche regola dedicata all’intelligenza artificiale in ambito lavorativo. Insomma, tutto è già orchestrato per garantire il massimo controllo e la massima confusione al tempo stesso.



