Una definizione europea di stupro basata sull’assenza di consenso: finalmente!
I parlamentari europei, con la dedizione di chi non ha alternative più urgenti, premono affinché la Commissione metta sul tavolo una legislazione che definisca a livello UE lo stupro basandosi esclusivamente sull’assenza di un consenso volontario, informato, libero e revocabile. In altre parole, stop alle definizioni obsolete che si basano solo sull’uso della forza o della violenza fisica. Venite, stati membri ancora fermi al Paleolitico giuridico, è ora di allinearsi agli “standard internazionali” come la Convenzione di Istanbul, che l’Unione ha ratificato nel lontano 2023 – uno slancio tempi moderni decisamente epico.
Naturalmente, i nostri eroi parlamentari sottolineano che solo una legislazione simile può garantire un accesso alla giustizia efficace – perché i dati dimostrano che migliora segnalazioni, condanne e anche il recupero delle vittime (quasi come se fare le cose per bene producesse effetti reali). E per non lasciare nulla al caso, ricordano che questa norma deve integrarsi perfettamente con la direttiva UE del 2024 contro la violenza verso le donne e quella domestica, che introduce standard comuni per prevenzione, protezione e supporto alle vittime. L’ultima chicca? Un invito – più che ovvio – ad aggiungere la violenza di genere nella lista dei crimini UE definiti dall’Articolo 83(1) TFUE. Applausi!
Approccio “vittima-centrico” con sfumature di intersezionalità
Come se la definizione di stupro non fosse già abbastanza complessa, i nostri parlamentari ricordano che la violenza sessuale è spesso un cocktail esplosivo di discriminazioni diverse. Quindi, senza mezzi termini, invitano i paesi membri a garantire assistenza medica ampia, comprensiva di servizi sanitari sessuali e riproduttivi (sì, anche aborto, perché parliamo di tutto, d’altronde), supporto psicologico e assistenza legale. Include pure l’ovvio indispensabile: centri di crisi aperti 24 ore su 24, servizi specialistici gratuiti e meccanismi di riparazione efficaci. Ah, non dimentichiamoci di prolungare i termini per le denunce di stupro, dal momento che le vittime spesso attendono anni a causa di traumi, paura o semplici pressioni sociali – ma non era ovvio anche questo?
Affrontare la violenza digitale e gli stereotipi di genere dannosi
Non poteva mancare l’intervento sull’urgenza digitale: nel 2026 arriveranno linee guida UE per un’educazione sessuale e relazionale a tutto tondo, perché, a quanto pare, l’ignoranza è la madre di tutte le battaglie. Previste anche campagne UE contro i miti sullo stupro e la propaganda misogina online (qualcuno ha detto incel? Sì, proprio loro, quei guru del disfattismo violento contro le donne). E naturalmente, un corso accelerato per polizia, giudici, avvocati e sanitari per evitare di fare ancora più danni alle vittime – magari eliminando anche qualche stereotipo di genere che ci portiamo dietro dai tempi di almeno qualche millennio fa.
Il rapporto invoca una cooperazione più stretta con la società civile, servizi specializzati per donne e agenzie UE come l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere e l’Agenzia per i Diritti Fondamentali. Insomma, si gioca a fare gli eroi con un cocktail di burocrazia e senso di responsabilità (a tratti forse incomprensibile ma quantomeno ambizioso).
Le voci che non passano inosservate
La relatrice del Comitato per le Libertà Civili, Evin Incir (S&D, Svezia), ha declamato con foga:
“È inaccettabile che nel 2026, in alcune parti dell’UE, le donne non siano ancora tutelate da leggi sullo stupro basate sul consenso. Il voto di oggi ci porta un passo più vicini a una definizione comune europea di stupro. ‘Sì significa sì’ — e deve avere lo stesso significato in ogni Stato membro. Donne e ragazze meritano la stessa protezione, ovunque vivano. Ora invito tutto il Parlamento a completare questo lavoro a marzo con il sostegno a questo rapporto e sollecito la Commissione a presentare una proposta legislativa.”
Nel frattempo, la relatrice del Comitato per i Diritti delle Donne, Joanna Scheuring-Wielgus (S&D, Polonia), non è stata da meno:
“Molto è cambiato da quando il Consiglio ha opposto resistenza all’inserimento di una definizione basata sul consenso nella direttiva contro la violenza sulle donne. Nel frattempo, il caso di Gisèle Pelicot ha scosso il mondo intero. Il suo coraggio ha aperto gli occhi anche ai più conservatori oppositori di questo cambiamento. Abbiamo l’obbligo di sfruttare questo slancio, non domani, ma ora. Il Parlamento Europeo ha ascoltato la voce di Gisèle Pelicot e di milioni di europei. La volontà politica c’è, quindi l’unica domanda che resta è: cosa aspetta la Commissione Europea?”
Prossimi passi: il capitolo infinito
Il rapporto dovrebbe approdare in plenaria a Bruxelles nella seconda sessione di marzo (25-26 marzo), pronto a essere discusso e, probabilmente, a sollevare ulteriore polverone. Insomma, la sacra macchina burocratica europea avanza a passo di lumaca su tematiche che dovrebbero essere già acquisite da decenni, ma almeno si muove. E noi a guardare, sarcastici ma vigili, aspettando di vedere se quel “sì significa sì” riuscirà finalmente a varcare tutte le frontiere dell’Unione o rimarrà solo uno slogan da aula parlamentare.



