E non dimentichiamoci la sacrosanta dichiarazione del nostro eroe di Bruxelles:
“Questo mini-omnibus legislativo non è solo una toppa su un sistema arrugginito, è un segnale chiaro: l’UE finalmente inizia a trattare gli investimenti per la difesa con la serietà imposta dai tempi. Il risultato rispecchia molto di ciò per cui il Parlamento ha combattuto e stabilisce un precedente importante. Contiamo di costruirci sopra con proposte ancora più audaci in futuro. Il Parlamento ha dimostrato di essere pronto e useremo questo slancio.”
Prossimi passaggi per la formalizzazione
Ovviamente, la saga burocratica non finisce qui. Questo accordo informale dovrà ancora ricevere l’approvazione ufficiale da parte di Parlamento e Consiglio, possibilmente prima di Natale. La commissione Industria, Ricerca ed Energia terrà una votazione il 20 novembre su questo testo prima che venga sottoposto all’intero emiciclo europeo. Tanto per non perdere il ritmo prima delle festività.
Il contesto: aumentare la guerra con i soldi dell’UE
Il tutto si inserisce nella più ampia strategia della Commissione Europea, che già dal 22 aprile 2025 ha fatto filtrare la proposta di aumentare gli investimenti nella difesa all’interno del bilancio UE, nell’ambito del cosiddetto “Piano ReArm Europe”. Come a dire: vista la risposta geopolitica che sta diventando sempre più una minaccia, meglio munire l’industria difensiva europea con un po’ di cash extra preso dai bilanci già stabiliti.
Questa operazione non è un capriccio estemporaneo, ma discende dritta dritta dal “Libro Bianco Congiunto per la Prontezza della Difesa Europea 2030”, che immagina di rafforzare la tanto decantata autonomia strategica europea e la competitività nel settore militare. Peccato che l’unica cosa realmente strategica sembrano essere le risorse pubbliche europee – impiegate nel rilancio di un apparato bellico europeizzato, come se non bastassero le tensioni già accumulate.
E come se il semplice aumento dei soldi non bastasse, i deputati si sono anche preoccupati di mimetizzare il tutto con parole a effetto: resilienza! Parliamo di protezione delle infrastrutture critiche, risposte ai disastri e persino di garantire che le elezioni non siano… disturbate. Ma ovviamente, non poteva mancare l’aggiunta imprescindibile della resilienza contro le minacce informatiche, perché nulla dice “sicurezza” come un buon firewall europeo.
Certo, nessuno poteva dimenticare l’Ucraina. Dopo tutto, se si fa la guerra, tanto vale buttare denaro pubblico anche qui: i legislatori hanno ottenuto persino che la partecipazione di Kyiv al Fondo Europeo per la Difesa diventi realtà. Un gesto generoso, che farà sicuramente infuriare chi si scervella a pagare le bollette ma guarda con sospetto ai “fratelli d’oltre confine”.
Perché, inoltre, limitarsi? Horizon Europe ora si occuperà anche di applicazioni civili con potenziali usi militari, il tutto vestito da deroga mirata nell’architettura del Quadro Finanziario Pluriennale (MFF). Un tocco di creatività burocratica da manuale, senza far troppo rumore su cosa si intenda per “potenziale militare”.
E come ciliegina sulla torta, le “tecnologie per la difesa” entrano a far parte dei quattro settori strategici sotto la Piattaforma STEP. In altre parole, arriveranno fondi anche alle PMI non bancabili, startup incluse. Dove? Sui campi di battaglia dell’innovazione europeizzata, ovviamente.
Ma la fantasia non si ferma qui: si prepara lo scivolo finanziario anche per le infrastrutture di trasporto dual-use, ovvero civili e militari, sotto la CEF. Niente di strano, se non fosse che la Commissione potrà finalmente imporre condizioni all’origine dell’equipaggiamento o dei servizi utilizzati. Insomma, in teoria potremo anche scegliere chi porta il caffè a bordo e chi no.
Il trionfo dell’accordo
Rihard Kols, il valoroso eurodeputato lettone del gruppo ECR, si è sentito quasi in dovere di glorificare il risultato così:
“Con questo accordo, Parlamento e Consiglio hanno fatto il loro dovere. Ora tocca agli Stati membri e alla Commissione agire: gli strumenti ci sono, e le opportunità devono essere sfruttate.”
E non dimentichiamoci la sacrosanta dichiarazione del nostro eroe di Bruxelles:
“Questo mini-omnibus legislativo non è solo una toppa su un sistema arrugginito, è un segnale chiaro: l’UE finalmente inizia a trattare gli investimenti per la difesa con la serietà imposta dai tempi. Il risultato rispecchia molto di ciò per cui il Parlamento ha combattuto e stabilisce un precedente importante. Contiamo di costruirci sopra con proposte ancora più audaci in futuro. Il Parlamento ha dimostrato di essere pronto e useremo questo slancio.”
Prossimi passaggi per la formalizzazione
Ovviamente, la saga burocratica non finisce qui. Questo accordo informale dovrà ancora ricevere l’approvazione ufficiale da parte di Parlamento e Consiglio, possibilmente prima di Natale. La commissione Industria, Ricerca ed Energia terrà una votazione il 20 novembre su questo testo prima che venga sottoposto all’intero emiciclo europeo. Tanto per non perdere il ritmo prima delle festività.
Il contesto: aumentare la guerra con i soldi dell’UE
Il tutto si inserisce nella più ampia strategia della Commissione Europea, che già dal 22 aprile 2025 ha fatto filtrare la proposta di aumentare gli investimenti nella difesa all’interno del bilancio UE, nell’ambito del cosiddetto “Piano ReArm Europe”. Come a dire: vista la risposta geopolitica che sta diventando sempre più una minaccia, meglio munire l’industria difensiva europea con un po’ di cash extra preso dai bilanci già stabiliti.
Questa operazione non è un capriccio estemporaneo, ma discende dritta dritta dal “Libro Bianco Congiunto per la Prontezza della Difesa Europea 2030”, che immagina di rafforzare la tanto decantata autonomia strategica europea e la competitività nel settore militare. Peccato che l’unica cosa realmente strategica sembrano essere le risorse pubbliche europee – impiegate nel rilancio di un apparato bellico europeizzato, come se non bastassero le tensioni già accumulate.



