Erin Jackson svela il segreto: prima di essere campionessa, sono una persona (e chi se ne frega dei risultati)

Erin Jackson svela il segreto: prima di essere campionessa, sono una persona (e chi se ne frega dei risultati)

Anno 2022, Giochi Olimpici Invernali a Pechino. Erin Jackson, che ha abbandonato le rotelle – su cui sfrecciava fin da quando aveva otto anni – per mettere le lame solo nel 2017, non doveva nemmeno partecipare. Sì, perché un piccolo errore durante le selezioni americane l’aveva fatta tagliare fuori. Ma beh, eccoci alla solita favola olimpica: una sua compagna già qualificata, Brittany Bowe, con grande altruismo le cede il posto all’ultimo momento. Voilà, la Jackson sfreccia a Pechino e si porta a casa l’oro nei 500 metri di short track, diventando così la prima afroamericana a conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali. Tra un applauso e una lacrima di coccodrillo, oggi eccola qui in Italia, portabandiera per gli Stati Uniti nella cerimonia inaugurale a San Siro. Curiosamente, proprio nella gara che le ha regalato immortalità, arriva quinta. Ma non temete: Erin è troppo grande per lasciarsi abbattere da un semplice piazzamento medio.

«So che un risultato deludente non provoca la fine del mondo. La mia autostima non è appesa alle prestazioni sportive: sono prima di tutto una persona, non un semplice robot da gara», ha spiegato con la calma zen di un guru durante l’incontro con la stampa al padiglione Omega in piazza San Babila, Milano. «Appena finita la gara non nascondo la delusione per non aver raggiunto il risultato sperato. Ma, diamine, non si vince sempre! Col tempo ho costruito un ‘mindset’ di ferro: spero sempre di disputare una prova di cui essere fiera, indipendentemente dal podio. Ho iniziato a pattinare semplicemente perché mi divertivo. Ora che è diventato un lavoro? Cosa potrei volere di più?».

Il suo stile? «Rilassato e tranquillo», più che un atleta sembra qualcuno che prende la vita con il vino buono e una risata. Un atteggiamento che non guasta quando, appena un anno prima, ha rischiato di non arrivare nemmeno ai cinque cerchi causa tre ernie discali nella parte bassa della schiena – un dettaglio da niente, ovviamente. «Il mio infortunio alla schiena era davvero serio. Sono tornata in pista, sì, ma non certo con la forza desiderata. Perciò sono soddisfatta anche solo di aver potuto pattinare senza dolori atroci».

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Che ansia mai? Per Jackson sembra essere persino piacevole. «Mi piace sentire la pressione addosso», confessa come se fosse entrata in una sauna. «Mi sprona a prepararmi meglio. Essere la campionessa per ben quattro anni non mi è pesato: me lo sono goduto, ed è stato molto divertente». E guai a parlare di competitors. Negli anni, il livello si è alzato, ma lei sta lì, serena con un sorriso rivaleggiante. Ha persino elogiato la nostra beniamina azzurra Francesca Lollobrigida – sì, proprio quella che sfreccia sul ghiaccio, dicendo che sono cresciute gareggiando insieme nel pattinaggio in linea. Encomiabile, no? Anzi, spera che il numero di pattinatrici aumenti, nonostante i ben noti ostacoli del settore. «La visibilità è fondamentale. Più ce n’è, meglio è. Chi vede qualcuno raggiungere grandi obiettivi può decidere di provare sport che prima nemmeno considerava. Mi rendono felice i messaggi di giovani ispirati dalle mie gare. Però sono consapevole che è uno sport costoso, e se non fossi stata ammessa nella squadra olimpica del 2018, sarei stata nei guai».

Il braciere olimpico di Pechino può anche spegnersi, ma lo sguardo di Erin è già rivolto alla prossima sfida, ai Giochi del 2030 in Francia. «Voglio continuare a provarci», ha ammesso quasi con un sorriso complice. «Prima di salire sul ghiaccio avevo già frequentato l’università e ottenuto una laurea. Insomma, ho già vissuto la mia vita come volevo. Quindi non sento alcuna fretta di smettere».

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