La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, alias “El Mencho”, è stata annunciata come la fine di un impero. Un copione già visto e stravisto: il capo carismatico cade, l’organizzazione implora pietà e svanisce nel nulla. Peccato che questa trama da telenovela sia, come spesso accade, tutt’altro che reale. Certo, Oseguera ha avuto il merito di trasformare il Cártel de Jalisco Nueva Generación (Cjng) da un gruppo marginale, letteralmente “figlio” del cartello di Sinaloa, in una delle macchine criminali più potenti e spietate al mondo. Sotto la sua ala, il Cjng ha firmano accordi con produttori colombiani per far arrivare la cocaina in Messico, e, con la crescente domanda di oppioidi sintetici — soprattutto fentanyl — ha stretto relazioni con fornitori cinesi, importando materie prime chimiche per produrre queste nuove droghe direttamente nel suo territorio.
Naturalmente, ha saputo superare ogni “muro” legislativo e doganale, anche quelli di Donald Trump, utilizzando, con una creatività degna di un film d’azione, perfino droni commerciali. Per ripulire i profitti, ha scelto una via ibrida: dal riciclaggio tramite banche tradizionali all’uso di complicatissime reti collegate a gruppi cinesi. E la violenza? Ah, quella non è mai mancata: blindati corazzati, armi pesanti e scontri spudorati con le forze dell’ordine sono stati i suoi strumenti preferiti. Ma non illudiamoci che questo basti a spiegare la sua forza. No, il Cjng non è solo trafficanti e mitragliatori per strada.
Il Regno di Polvere, Sangue e Avocado
La droga è solo la punta dell’iceberg. Affianco al traffico illecito, il Cjng ha costruito un’economia ombra basata su estorsioni, controllo del territorio, immigrazione clandestina e sfruttamento di manodopera agricola a basso costo. Investimenti nel mattone? Naturalmente. Affari puliti? Anche, purché non si contraddicano con l’espansione del cartello. E ovviamente, una fitta rete di protezione politica perché, si sa, una dose di corruzione evita tanti problemi. A Uruapan, nella fertile regione di Michoacán, un luogo dove la coltivazione di lime e avocado è la linfa vitale del mercato, il Cjng ha imposto il suo “pizzo”. Quando le autorità locali, guidate dal sindaco Carlos Manzo, si sono permessi di abbozzare una resistenza, il cartello ha risposto come un vero maestro del terrore: ha ucciso un rappresentante dei produttori e poco dopo ha sterminato un altro imprenditore e sua moglie, per chiudere il cerchio con l’assassinio dello stesso sindaco, evento che ha scosso una nazione tristemente abituata a una media di 64 omicidi al giorno nel solo 2025.
El Mencho e l’Arte di Trasformare i Narcos in un’Esercito Tecnologico
Il Cjng non è un gruppo di teppisti sgangherati: impone un “ordine” mafioso ben organizzato e offre una “prosperità” piuttosto discutibile a chi accetta le sue regole. La violenza cieca è riservata a chi osa opporsi, ma quella è solo una facciata. Durante i primi mesi della pandemia di Covid-19 nel 2020, il cartello ha persino distribuito pacchi alimentari brandizzati Cjng con la scritta “sostegno per l’emergenza Covid-19”. Più che un gesto di generosità, un brillante stratagemma per far vedere al popolo che lo Stato, almeno lì, non serviva proprio a nulla.
Un quadro che mette in luce uno dei nodi più difficili nella lotta al crimine organizzato: smantellare i cartelli non vuol dire solo arrestare i capi o rimuovere i tiratori scelti, ma ricostruire, pezzo per pezzo, la fiducia nella legalità nei quartieri, nelle aziende e nelle istituzioni. I cartelli non sono semplicemente illegali; sono anche datore di lavoro, motore economico — per quanto sinistro — in molte comunità mai assistite dallo Stato. Se poi aggiungiamo che si stimano tra i 160mila e i 185mila gli affiliati alle organizzazioni criminali messicane, possiamo capire quanto complesso sia scardinare questo sistema infernale.
Compensare le perdite dovute a conflitti interni e repressione statale? Facile, basta reclutare circa 350 nuovi adepti ogni settimana, come se fosse un semplice gioco di ruolo. Uno studio del 2022 ci svela la verità scomoda che potremmo ridurre significativamente le attività criminali puntando su istruzione e investimenti sociali, piuttosto che aumentare la repressione violenta. Ma chi ha tempo per queste soluzioni noiose e pragmatiche, quando è molto più divertente vedere chi salta prima?
Ora che El Mencho è stato eliminato dall’esercito – applausi per la vendetta che ha visto uomini del boss dare fuoco a un distributore – cosa ci aspetta? Beh, la morte di un leader criminale, come suggerisce la storia, non significa automaticamente la pace nel Messico. Piuttosto, crea una sorta di “gioco del massacro”: organizzazioni che si spaccano, scissioni interne e conflitti sanguinosi che accendono ancora di più la violenza.
Il CJNG non è un monolite fragile, anzi. Funziona come una rete complicatissima e ramificata, con rappresentanti regionali che si parlano in modo più simile a dei complici che a subordinati. Il vertice centrale fa più il cerimoniere che il burattinaio, concedendo a quelle cellule territoriali schiappe una bella autonomia. Insomma, il cartello è un vero e proprio modello di organizzazione “fai-da-te”, dove tutti possono comandare a zone.
Tra redditi diversificati, cellule regionali e partnership transnazionali, la resistenza a questa banda criminale va ben oltre la semplice scomparsa del fondatore leggendario. Quindi cosa aspettarsi? Due scenari che fanno già sognare i cineasti del dramma: o emerge un nuovo capo tutto pepe, magari un parente di Nemesio Oseguera o il sicurezza-fantasioso Ausias Silva, oppure qualche comandante regionale di quelle affascinanti Jalisco, Colima o Guanajuato si mette a fare il capo indiscusso. E se neanche questo succede, beh, allora la grande famiglia si sfascia in gruppetti indipendenti, ognuno a farsi il suo divertimento criminale.
Insomma, la morte di Nemesio Oseguera, proprio come la cattura di El Chapo per il cartello di Sinaloa, non sarà di certo il colpo di grazia. La partita è lunga, il gioco duro, e i protagonisti si rimetteranno in pista al minimo errore delle autorità.
L’amministrazione e la lotta senza fine
L’amministrazione di Claudia Sheinbaum, in quella che sembra una gara a chi fa la guerra più dura, ha deciso di abbandonare la strada tibia del suo predecessore per lanciarsi in scontri frontali con il crimine organizzato. Via diplomazia, benvenuta eliminazione mirata di vertici e coordinamento serrato dell’intelligence. L’amministrazione Trump ha fatto la sua parte minacciando il solito intervento diretto per bloccare il flusso di droga negli Stati Uniti, e l’ultima operazione è stata accolta con applausi sperticati oltreoceano.
Davvero rassicurante per gli Americani, questa caduta di Oseguera rappresenta una specie di risposta, seppur tardiva, alla morte del sindaco di Uruapan e di alcuni imprenditori locali. Ma facciamo un favore a tutti: non illudiamoci che basti un colpo grosso per cambiare le regole del gioco. Questi stratagemmi, per quanto scenografici, servono solo a rimescolare le carte su un tavolo dove la partita continua senza sosta, triste e infinita come un film di serie B.



