Ah, la favolosa Eileen Gu, la regina del freestyle, a soli 22 anni riesce a mostrarci cosa significhi davvero vincere alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Un giornalista americano, forse abituato a medaglie d’oro a comando, dopo il suo secondo secondo posto, si è sentito in dovere di chiederle se quelle due medaglie d’argento fossero niente meno che «ori mancati». Roba da far venire un colpo di sole solo a pensarlo.
Ebbene, Eileen Gu, con un sorriso che fa impallidire qualunque influencer pagato a suon di like, ha demolito queste banali ambizioni, ribaltando in maniera sprezzante la nostra insipida idea di fallimento. Una vera lezione di sport, di stile e – perché no? – di intelligenza emotiva che lascia dietro sé il triste teatrino della mediocrità mentale.
Quando il secondo posto diventa una “lezione di sport”
Ma facciamo chiarezza, perché il concetto di successo pare ormai così fragile da dover essere continuamente ristabilito. Non è da tutti accettare il metallo meno brillante sul podio come se fosse il premio più ambito, specialmente per chi nutre ancora la follia di considerare il trionfo come sinonimo esclusivo del colore oro. Forse bisognerebbe ricordare che le Olimpiadi sono la celebrazione dello spirito agonistico, dello sforzo titanico e del talento – tutto ciò che traspare da Eileen Gu, ma che stupisce chi si perde ancora in sfumature di vanità e mendaci gerarchie sportive.
Così, mentre qualcuno s’inarca in domande inutilmente ansiogene, Gu sorride e risponde, un sorriso che non chiede permesso e smonta ipocrisie come un bulldozer. Il messaggio è chiaro: il fallimento è una costruzione sociale manichea, un’inutile ossessione che puntella il narcisismo da social network più che il valore reale di un’atleta che ha già fatto la storia due volte, con o senza oro.
E se il vero premio fosse imparare a perdere?
Forse l’aspetto più esilarante della vicenda è che un’icona planetaria come Eileen Gu ci ricorda quello che molti hanno dimenticato: la vera gloria è proprio nella capacità di reggere la pressione, affrontare il giudizio altrui e ridere in faccia alle aspettative ridicole, specialmente quelle dell’America del giornalismo sportivo – sempre pronto a tagliare teste appena non si fa il “colpo grosso”.
Non è forse più utile, e pragmatico, celebrare un talento così sfaccettato, così mosso da una passione travolgente che nemmeno l’ossessione per l’oro potrà mai intaccare? Ma no, preferiamo continuare a pensare che solo l’oro renda un atleta degno di essere ricordato, mentre chi arriva “secondo” – parola che ormai richiama solo sconfitte – dovrebbe tacere e uscire di scena. Ma Eileen Gu ha altre idee, più radicali e certamente più intelligenti.
In definitiva, questa giovane campionessa cinese-americana dimostra che il vero senso dello sport non sta nell’accumulare metalli preziosi, ma nel ridefinire in modo spregiudicato e ironico cosa significhi davvero “vincere”.



