Che sorpresa! Il gruppo Gedi, custode di preziosi giornali come Repubblica, La Stampa e Huffington Post, ha appena cambiato proprietario come se fosse l’ultima moda a Torino. Dopo mesi di trattative, la vendita al gruppo greco Antenna è stata definitivamente archiviata. Non proprio l’acquisto del secolo, ma sembra che questa mossa porti “nuove prospettive”. Oh, che sollievo!
Dalle parole di Paolo Ceretti, presidente di Gedi, emerge che il fantomatico ingresso di Antenna, maestro internazionale dei media, sarà la bacchetta magica che trasformerà il gruppo. Obiettivo dichiarato? Accelerare la tanto agognata transizione digitale, come se questa non fosse già un mantra sdoganato da anni. Nel frattempo, la promessa è quella di un’espansione internazionale e di “nuove opportunità di crescita”. Parole grosse, ma a quanto pare indispensabili per giustificare il tutto.
Non sfugge il dettaglio che, all’interno di questo “riassetto”, La Stampa sarà gentilmente invitata a fare le valigie e a uscire dal perimetro di Gedi per passare nelle braccia di un altro gruppo, il Sae. Una mossa che dovrebbe, secondo il messaggio ufficiale, «valorizzare la storia del giornale» e rafforzare i legami con il glorioso territorio del Nord-Ovest. E come farlo? Coinvolgendo soci di minoranza scelti tra istituzioni e imprese locali, immagino per dare quel tocco di “presenzialismo territoriale” che non guasta mai in casi come questi.
Nel vano tentativo di rassicurare sul futuro dell’indipendenza editoriale, nella stessa giornata è arrivata anche la dimissione collettiva del consiglio di amministrazione di Gedi, da rinnovare naturalmente secondo le preferenze del nuovo padrone greco. Una classica girandola di poltrone che promette stabilità quanto una tempesta estiva in realtà.
Il futuro scintillante della “transizione digitale” che aspettiamo da decenni
Questo passo epocale verso il digitale, da parte di un gruppo che custodisce molti tra i principali quotidiani italiani, suona quasi come la promessa di un cambiamento imminente che però si perde nell’infinita lista dei desiderata mai realmente concretizzati. Il digitale è la panacea di tutti i mali, la parola magica che fa apparire azioni anche dove spesso c’è solo ristrutturazione cosmetica, ma almeno suona bene nelle relazioni agli azionisti. Ecco perché Antenna non poteva non rimettere sul tavolo questo mantra in stile “facciamo vedere che abbiamo un piano ambizioso”.
Peccato, però, che la storia recente dei media in Italia sia piena di promesse digitali puntualmente dimenticate o tradite da necessità di bilancio e scelte editoriali conservative, spesso per non scontentare troppo quell’elettorato di vecchia scuola che ancora paga per un giornale cartaceo. Insomma, una grande corsa sulla riga di partenza senza muoversi di un centimetro.
La Stampa, il solito trasferimento tra gruppi come si fa con le figurine
Il cosiddetto “passaggio di testimone” per La Stampa da Gedi a Sae è la classica mossa da manuale che sembra pensata più per accontentare gli equilibri economici e politici che per una strategia editoriale seria. Valorizzare la storia? Non è che la storia possa camminare da sola, nemmeno ai tempi moderni.
E poi, l’idea di coinvolgere soggetti “locali” come soci di minoranza è il solito trucco per dare una parvenza di dialettica territoriale e – perché no? – qualche bocca da sfamare con annessi ed connessi di favori e lobbying. Di certo, un modo efficace per mantenere radici forti, nel modo più ambivalente possibile.
Nel frattempo, mentre si giocano a scacchi le proprietà di pezzi importanti della stampa italiana, i lettori si consolano pensando che, almeno, qualche cronista in redazione continuerà a battere i tasti per raccontare la realtà, ovviamente filtrata dal nuovo azionista di turno. Se poi la qualità vedrà la stessa sorte delle promesse digitali, beh, è un dettaglio secondario.
In sintesi, la vendita di Gedi fa scena, assicura nuovi orizzonti e trasforma dossier polverosi in “progetti innovativi”, ma in fondo è il rituale annuale del cambio di proprietà – con tanto di rimodulazioni di consigli di amministrazione – che quasi fa rimpiangere l’imprevedibilità degli anni passati. Anche solo perché rimane tutto uguale nella sostanza, a parte i nomi sul cartellino di chi tira le fila.



