Ah, il solito refrain industriale nel Lazio, quel territorio dove la capacità di tessere intrighi e speranze sembra andare di pari passo con la nicchia produttiva. Giuseppe Biazzo, presidente di Unindustria, ha avuto la brillante idea di prendere parola in quella scenografia pomposa che è la Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, sotto l’occhio amorevole della Camera di Commercio di Roma. Il palco ideale per un evento in cui la parola d’ordine è “sviluppo industriale”, un concetto evidentemente ancora avvolto nel mistero, se pronunciato pubblicamente con tanta enfasi da CGIL Roma e Lazio.
Il buon Biazzo annota con la saggezza del veterano che nel Lazio c’è una “necessità impellente” di aumentare il peso della manifattura e dei servizi avanzati nel bilancio economico regionale. Una nota da scrivere tutta in stampatello per essere certi che nessuno possa fraintendere l’ambizioso programma: crescere, ma soprattutto far crescere ciò che già tiene a galla una regione perlomeno ambigua nelle sue strategie produttive.
Il punto di partenza? Che il settore manifatturiero, quello che dovrebbe incarnare il cuore pulsante dell’economia, faccia invece la parte del parente scomodo da aggiornare nel contratto familiare. Un settore silenzioso, ma indispensabile. Perché senza di lui, niente servizi avanzati, niente sviluppo, e soprattutto niente giustificazioni di investimento da parte di quegli stessi soggetti che poi fanno finta di sorprendersi di fronte a dati stagnanti o, se va male, in caduta libera.
Il brillante stile di governance nel Lazio
Se il quadro fosse una commedia, si applaudirebbe alla perfetta coerenza tra parole e fatti. Ma qui si fa solo una triste replica. Il Lazio, patria di un capitale umano ricco, sembra incapace di trasformare questa ricchezza in vero sviluppo industriale. L’apparente necessità di “far crescere” diventa spesso sinonimo di blandi propositi destinati a rimanere sulle slide di quei convegni che, puntualmente, non cambiano mai il corso degli eventi.
È sempre l’eterna danza tra sindacati, associazioni d’impresa e istituzioni locali che si scambiano poteri e responsabilità in un gioco di prestigio fatto di annunci roboanti e investimenti promessi, ma mai concretizzati come dovrebbero. Par di vedere il film al rallentatore: il manifesto del “voler fare” che si scontra con un sistema produttivo impedito da inefficienze burocratiche, scarse infrastrutture e una visione globale che non va oltre il prossimo tirocínio elettorale.
Il futuro? Un miraggio o una promessa ben confezionata?
Chi conosce la trama non può che abbozzare un sorriso amaro davanti a simili proclami. La realtà è che il cosiddetto sviluppo industriale del Lazio rischia di restare un miraggio, un ricamo su una coperta troppo corta per contenere tutte le promesse sparate in questi eventi ufficiali.
Senza un cambio di passo strutturale, senza la capacità di attrarre veri investimenti esterni e di coltivare una cultura industriale che vada oltre gli slogan di facciata, ogni futuro disegnato dalle parole di Biazzo rischia di essere solo un copione ripetuto all’infinito, un déjà vu industriale in salsa laziale.
D’altronde, se bisogna crescere, cresciamo pure. Purché non si punti solo sulla crescita dei titoli delle conferenze ma su quella degli impianti, delle opportunità per i giovani e della competitività reale. Ecco, magari finisse così, ma nel frattempo godiamoci il teatro delle promesse industriali, con tanto di platea invitata a credere che, questa volta, tutto sarà diverso.

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