Ecco l’ultima: focolaio di tubercolosi nel Neruda occupato e Marrone già annuncia lo sgombero lampo

Ecco l’ultima: focolaio di tubercolosi nel Neruda occupato e Marrone già annuncia lo sgombero lampo

Che gioia immensa: all’occupazione Neruda, quel gioiellino di ex scuola di conceria trasformato in dormitorio informale, si è aggiunta la ciliegina sulla torta con un bel caso di tubercolosi. A far sapere questa notizia così rassicurante è stato niente meno che l’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, il quale ironicamente ci ricorda come la finta emergenza di ordine pubblico improvvisamente si tramuti in una vera e propria emergenza sanitaria. Ma si sa, tenere decine di immigrati ammassati in condizioni di sfruttamento e di igiene da incubo è cosa perfettamente normale, vero?

Ovviamente, il nostro eroe regionale non si smentisce e punta il dito contro la “intollerabile inerzia” della politica sociale del Comune di Torino, proprietario del fabbricato in questione, facendo intendere che tutto ciò sia colpa loro, quasi fossero i responsabili di un attentato biologico. Chapeau.

Se non vi bastasse la sensazione di vivere in un film horror-sociale, ripassiamo insieme: lo scorso ottobre – per non perdere la buona abitudine – erano già comparsi quasi una decina di casi di tubercolosi all’interno dell’occupazione. Ovviamente, il malato riconosciuto è stato subito spostato all’ospedale Amedeo di Savoia. Ma la paura di un contagio dilagante serpeggia tra la gente che vive o ruota attorno a quella vera e propria “zona franca”.

Maurizio Marrone azzarda la sua soluzione quasi divina:

“Quell’occupazione deve essere chiusa, e non nel nome di improbabili questioni politiche, ma nell’interesse stesso di chi ci vive, che deve poter avere accesso alle tutele vere del welfare e non all’abbraccio morboso e inefficace di quell’anti-Stato degli antagonisti che regala soltanto focolai di malattie.”

Fermi tutti, perché la realtà è ancora più gustosa. L’edificio, ricordiamolo, è proprietà comunale, ma fino a ieri ospitava una scuola per addestrare al lavoro nelle concerie. Oggi è un palcoscenico dove duecento persone disagiate, senza casa o con casa svanita nel nulla, vivono – o meglio sopravvivono – grazie all’occupazione portata avanti da un collettivo impegnato proprio contro gli sfratti. Come mai proprio nella capitale sabauda, dove si predica il massimo rigore per gli immigrati senza alloggio, si permette a un tale gruppo di stabilirsi indisturbato?

Ecco la ciliegina: la grande difficoltà, anzi il miracoloso fallimento, di identificare chiunque abbia avuto contatti con il malato di tubercolosi. L’ASL, in un formale e disperato tentativo di raccogliere informazioni, ha dovuto ammettere di non essere riuscita a procurarsi l’elenco completo di chi vive dentro lo stabile. Che sorpresa. La comunicazione, inviata con la massima solerzia al sindaco Lo Russo, è chiara come un cielo torbido di inizio inverno:

“Si ritiene indispensabile disporre lo sgombero dello Spazio Neruda.”

Ovviamente, quel megafono istituzionale è stato affidato pure alla Prefettura, perché tutti sappiamo quanto sia semplice disperdersi nei meandri della burocrazia quando si parla di sgomberi: nulla come “rendere urgente qualcosa” riesce a portarci a nuovi incredibili ritardi e discussioni infinite.

Quando le emergenze si confondono: ordine pubblico o sanitaria?

L’assessore alla sicurezza che alza la voce per l’ordine pubblico e pochi giorni dopo si lamenta della precarietà igienica all’interno della stessa occupazione è un esempio lampante di come le emergenze vengano triturate in maniera confusa e strumentale dalla politica locale. Non sia mai che ci si possa prendere cura delle persone realmente, meglio agitare lo spettro del “pericolo sociale” per poi richiamare a gran voce lo sgombero come panacea universale.

Un’occupazione come la Neruda diventa così una terra di nessuno, un pretesto per lamentarsi dell’assenza di controlli e, allo stesso tempo, un luogo dove lasciare gli abitanti al loro destino. Non c’è da stupirsi se si sviluppano focolai di malattie contagiose in ambienti del genere: è l’inevitabile conseguenza di un sistema che tratta i diritti sociali come una disputa tra fazioni e non come un problema da risolvere.

Il Comune di Torino in trincea tra colpe e scuse

Il povero sindaco Lo Russo si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato: da un lato le richieste ossessive di sgombero delle autorità sanitarie, dall’altro le accuse di lassismo da parte delle frange politiche meno inclini all’umanità. Insomma, un perfetto cortocircuito alla torinese.

Se il Comune è proprietario dell’immobile, come mai non dispiega maggior controllo sulle condizioni di vita degli occupanti? E ancora, come fare per garantire il diritto alla salute e quello alla casa senza cadere in proclami da azzeccagarbugli? La questione è tanto semplice quanto complicata: servirebbe un welfare serio e funzionante, non le sceneggiate politiche cui siamo tristemente abituati.

Ma si sa, quando si tratta di welfare e di integrazione, l’ipocrisia politica si veste di buonismo a corrente alternata e di rigore selettivo, a seconda del pubblico e del microfono sfruttato. Intanto, Neruda resta lì, tra focolai di tubercolosi e diritti negati, mentre le promesse si dissolvevano nell’aria stantia di quei corridoi degradati.

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