Ecco il video di Streets of Minneapolis dove Springsteen attacca Ice e Trump senza peli sulla lingua

Ecco il video di Streets of Minneapolis dove Springsteen attacca Ice e Trump senza peli sulla lingua

Ah, le proteste a Minneapolis. Un teatro di angoscia e violenza, con cittadini esasperati, agenti dell’ICE che sembrano più interessati a far vedere i muscoli che a mantenere la calma, e ovviamente corollario di fiori ed omaggi davanti ai luoghi dove Renee Good e Alex Pretti hanno perso la vita. Ma aspettate, non è finita qui: tra le immagini di questa tragedia urbane spunta addirittura il piccolo bimbo con il cappello che è stato arrestato dall’esercito privato di re Trump. Su queste scene di ordinaria follia risuona la voce infuocata di Bruce Springsteen, che, con una tempistica incredibilmente calzante, ha deciso di far uscire la sua nuova canzone, “Streets of Minneapolis”, come se fosse la cura definitiva per il caos e la brutalità in atto.

La canzone è nata d’impulso, scritta di corsa dal Boss per inveire contro quello che lui chiama il “terrore di Stato” che si aggira nelle strade del Minnesota. E come se non fosse abbastanza, il videoclip è arrivato a sorpresa il giorno dopo, diretto dal fedele amico e regista Thom Zimny. Un regista capace di imbastire documentari sulla carriera musicale di Springsteen, ma questa volta impegnato nel confezionare un pacchetto emotivo fatto di proteste, rabbia e immaginario urbano incorniciato dal lavoro della sorella fotografa del cantante, Pam. Insomma, una specie di opera totale famigliare dedicata all’ira civile.

E naturalmente, il nostro eroe del rock ci tiene a ribadire ancora una volta quale sia la missione sacra di un artista oggi: intervenire appena scoppia lo scandalo, buttarsi nella polemica e offrire la propria rabbia in pasto al pubblico. In meno di 24 ore, la canzone ha già fatto registrare la bellezza di 5 milioni di visualizzazioni su Instagram. Un dato che fa capire quanto sia grande la fame di drammi da commentare, anche se forse la realtà è più complessa della semplice playlist di un rocker famoso.

“Streets of Minneapolis”: la canzone che ‘spegne’ le tensioni

Provate a immaginare la scena: una città in subbuglio, poliziotti che si comportano come se fossero squadroni d’assalto personali di un tiranno, vittime innocenti e lacrime sparse ovunque. Ed ecco che arriva Bruce Springsteen a servirci la sua succosa interpretazione musicale, una colonna sonora di protesta confezionata con la solita dose di buonismo e faccia pulita, giusto per farci sentire tutti meno soli nella nostra indignazione. Il “terrore di Stato” sventolato come bandiera da un artista che, a quanto pare, conosce le strade del Minnesota meglio di chi ci vive.

Il fatto che le immagini siano state curate e selezionate da Pam Springsteen, sorella del cantante, aggiunge quel pizzico di familiarità tipica delle produzioni autoriali che piacciono tanto ai fan, ma poco ai detrattori. Un vero e proprio documentario musicale sulla malvagità istituzionale, declinato in rock e fotografie, perché nulla urla più forte di un allegato visivo selezionato a regola d’arte. Chapeau per lo spirito di iniziativa, ma sul piano pratico, resta il solito interrogativo: questa canzone cambierà davvero qualcosa?

Come ogni provocazione artistica che si rispetti, “Streets of Minneapolis” sarà ricordata più per l’immediatezza della sua uscita che per un reale impatto politico o sociale. Sì, la rabbia è palpabile, il messaggio è chiaro, ma l’impressione generale è che siamo di fronte all’ennesima vetrina musicale che cavalca il dolore altrui con la rapidità e la freddezza di un tweet. La performance social è già un successo, la sostanza un altro paio di maniche.

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