L’agente in questione si chiama Alessandro Calista, un giovane eroe di ventinove anni, impiegato nel Reparto Mobile di Padova. Originario di Pescara, sposato e padre di un bambino, attualmente è ricoverato con un piccolo menù di danni: frattura alle costole, polpaccio lacerato e bacino rotto. Un pacchetto completo, insomma.
Non è che l’abbiano preso a carezze, anzi. È stato colpito con martelli e, ciliegina sulla torta, una chiave inglese – immancabile nel kit di chi desidera esercitare la diplomazia del pestaggio. Ovviamente la chiave è magicamente sparita durante la sarabanda, probabilmente per non essere rinvenuta come prova schiacciante.
Pasquale Griesi, segretario della Fsp Polizia di Stato, ha preso la parola nel momento clou del dramma – alle quattro del pomeriggio, giusto per sottolineare – durante un intervento su Rete4:
“Il collega ha avuto ferite alle costole e al polpaccio, è stato preso a martellate. C’era anche una chiave inglese che è caduta da qualche parte. Sono stati dei terroristi che stanno cercando il morto.”
Un quadro di civile normalità urbana
Naturalmente, tutto questo accade in una piazza dove l’ordine pubblico viene “preservato” dagli sgherri di Stato con la maggior delicatezza di un rinoceronte in un negozio di cristalleria. Il corteo per Askatasuna rappresenta quella fiera dell’antagonismo a Torino che, ogni volta, ci regala nuovi spunti di riflessione su come si intrecciano violenza e lotta ideologica.
Interessante notare il cauto linguaggio adottato dagli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine, che parlano di aggressioni, di “terroristi” e di “colleghi feriti” raccontando, come se fosse normale, episodi che in ogni altra latitudine farebbero gridare allo scandalo e sollevare polemiche infinite.
Non è mai troppo dire che questa routine di scontri e sarcasmo baldanzoso sia una cartina di tornasole della situazione sociale e politica di un paese che, nonostante porti avanti la retorica della sicurezza, si ritrova intrappolato in un ciclo senza fine di scontri e contraddizioni.
E nel frattempo, il conto delle ossa rotte e delle vite complicate continua a salire, con l’unica certezza che nessuno, né chi aggredisce né chi viene aggredito, avrà mai davvero ragione. Ma almeno ci si può consolare pensando che Torino, in fondo, è sempre in ottima compagnia.



