La destinataria di questa orribile comunicazione non è altro che Sultan Ahmed bin Sulayem, uno dei pezzi grossi della finanza e del commercio negli Emirati, noto per la sua profonda amicizia con Epstein. Pare che i loro scambi fossero più piccanti di una telenovela sudamericana, come rivelano i documenti appena liberati dal dipartimento di giustizia americano. Un bel curriculo per un manager che dirige un impero portuale globale.
Il tutto è venuto allo scoperto grazie all’iniziativa di Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, e Ro Khanna, democratico californiano, che si sono concessi una giornata di svago sfogliando documenti non censurati proprio nel quartier generale della giustizia americana. Massie, fiero del suo lavoro, ha persino postato su X una screenshot dell’email incriminata, dove Epstein chiedeva ansiosamente dove fosse il destinatario e confessava un amore poco sano per il “video di tortura”. La risposta? Un asciutto “sono in Cina, sarò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio”.
Massie, senza mezzi termini, ha suggerito: “sembra che sia stato un sultano a mandare questa roba” e ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di togliere il velo di segretezza. Naturalmente, è scattato subito il tam tam del vice procuratore generale, Todd Blanche, che ha precisato come alcune parti siano state oscurate per proteggere informazioni personali. Ma, per chi volesse fare lo sforzo di leggere tra le righe, il nome di Sulayem compare altrove senza censure.
Massie si è subito fatto un’idea molto chiara: Blanche ha quasi ammesso, con un sorrisetto ironico, che il nostro sultano è proprio quello che ha scatenato la conversazione sul video di tortura. Peccato che nessuna accusa formale penda ancora su Sulayem, né che sia chiaro cosa diavolo sia quel tal video e se sia davvero passato dalla sua casella di posta.
Belle premesse, quindi, per chi pensava che le mail di Epstein fossero solo di rotocalco. No, è più una sorta di poster per il club degli intoccabili: un miscuglio di affari, politica, e sesso che pare la ricetta perfetta per un thriller di bassa lega.
Un amico così fidato da far dubitare della sanità mentale
Gli archivi di Epstein, dopo le ultime aperture delle scatole nere, hanno gettato luce su come questo criminale sessuale abbia intrecciato rapporti strettissimi con imprenditori e politici di spicco. Tra questi, spicca proprio il nostro Sulayem, con la sua rete di affari che si estende ben oltre le coste di Dubai. Come dimenticare infatti il suo ruolo centrale nell’ascesa di Dubai a hub economico internazionale? Dalla sua famiglia di peso – un padre consulente della regnante famiglia Al Maktoum – al controllo del potente porto di Jebel Ali, ha avuto una carriera che farebbe impallidire più di un CEO in cerca di visibilità.
Il comando di DP World, la logistica che gestisce un decimo del traffico container mondiale, è un vero specchio del suo potere. E come dimenticare i suoi trascorsi con la Nakheel Properties, lo sviluppatore immobiliare dietro le isole artificiali di Dubai, soggetto a una ristrutturazione severa dopo il crack finanziario globale del 2008? Tutto questo lo rende non solo un uomo d’affari di rilievo ma anche un diplomatico informale per l’economia emiratina dentro e fuori i circoli internazionali.
Non è certo un personaggio qualunque: spesso presente a eventi illustrazioni come il Forum Economico Mondiale di Davos, è il tipo da strette di mano e sorrisi smaglianti con i potenti del pianeta. Tenere aggiornato un criminale come Epstein nel suo network d’oro è stata, evidentemente, una priorità.
Insomma, l’economia globale e i suoi riflettori si alimentano anche di queste trame ambigue. Sarebbe facile chiedersi come mai nessuno abbia pensato di scandagliare certe frequentazioni fino in fondo prima che scoppiassero scandali mondiali. Ma, del resto, quando ci sono miliardi in gioco, tanto vale chiudere un occhio e fingere che nulla sia mai successo, che la realtà scomoda continui a restare un segreto ben custodito.
Jeffrey Epstein e Sultan Ahmed bin Sulayem, CEO del gruppo DP World: una coppia destinata a far parlare di sé non solo per gli affari.
Le tele di una rete internazionale di potere
Ehud Barak si è giustificato sostenendo di aver creduto che Epstein avesse già “pagato il suo debito con la società” e ha fatto notare, con la stessa facilità con cui si fa un saluto a tavola, che lui stesso non è mai stato accusato di nulla. Poco importa se intorno loro ruotavano scandali, accuse e la realtà del traffico sessuale. Insomma, ognuno fa il proprio lavoro: uno paga, l’altro fa il politico rispettabile.
Jeffrey Epstein, quel nome dietro cui è ormai inevitabile aspettarsi retroscena torbidi, si diletta a scambiare qualche e-mail con Sultan Ahmed Bin Sulayem, magnate e volto noto di DP World. E di cosa discutono? Semplice, investimenti e un “incontro potenziale” con un certo “sultano” non meglio precisato. Per non lasciare nulla al caso, i due si scambiano anche dettagli succosi sugli incontri separati con personaggi “di spicco”, tra cui nientemeno che l’ex presidente Donald Trump e la sua corte di fedelissimi.
Jeffrey Epstein, che non perde occasione per intessere nuovi legami, sembra aver fatto breccia anche con Steve Bannon, ex consigliere senior di Trump e mente dietro la sua storica vittoria elettorale del 2016. In un’e-mail del febbraio 2018, Epstein rassicura Sulayem scrivendo: “Abbiamo fatto amicizia, ti piacerà,” riferendosi proprio a Bannon. La risposta di Sulayem è altrettanto illuminante: “A Trump non piace.” “Non credere alla stampa,” ribatte prontamente Epstein, come a dire che le verità ufficiali sono solo un fastidioso dettaglio.
Ma il gioco al massacro non finisce qui: il dossier Epstein rivela che Sulayem era stato addirittura invitato alla prima inaugurazione presidenziale di Trump da Thomas Barrack, diplomatico e attuale ambasciatore USA in Turchia. Domenica 2017, nella sua eleganza tutta diplomatica, Sulayem chiede a Epstein: “Devo accettare l’invito?” Domanda che suona già come un invito ad entrare nel circolo degli eletti.
La reazione delle istituzioni? Silenzio assordante.
Non sarebbe un vero scandalo senza un tocco di impassibilità istituzionale. DP World non si scompone e non risponde né a richieste di chiarimenti né alla domanda se Sulayem rimarrà o meno al suo posto ora che le e-mail sono di dominio pubblico. Nessuna azione intrapresa finora, un silenzio che parla più di mille dichiarazioni ufficiali.
Nemmeno le istituzioni internazionali alle quali è associato Sulayem sembrano impensierite. Quel simpatico signore figura come interlocutore al World Economic Forum e, nonostante le evidenti contraddizioni, DP World è pure entrata nel programma “Champion” dell’alleanza HeForShe di ONU Women, quella stessa iniziativa che vuole stimolare uomini e istituzioni a promuovere la parità di genere. Sulayem, in un tripudio di ipocrisia da manuale, si esibisce nel classico manifesto di virtù: “È un grande onore lavorare con leader stimati per accelerare la parità di genere,” ovviamente senza spiegare come tutto questo si concili con le sue amicizie per così dire “problematiche”.
Un portavoce di ONU Women ha confessato candidamente a CNBC che il rapporto con Sulayem e DP World è stato marginale e si è concluso a dicembre 2024, precisando con altrettanta franchezza che “non esistono partnership attuali”, forse per evitare imbarazzi futuri dato l’eco mediatica della vicenda.
Conseguenze sul mercato e prossimi sviluppi
Le ricadute non si sono fatte attendere: il secondo fondo pensionistico più grosso del Canada ha subito annunciato la sospensione degli affari con DP World, reclamando trasparenza e un bagno di purezza da parte dell’azienda, come se tutto ciò che riguarda Sulayem potesse essere lavato via con un semplice comunicato.
Un fatto è certo: il legame tra grandi affari, politica e scandali personali resta indissolubile. Il balletto tra Epstein, i potenti di turno e i loro emissari porta alla luce un sistema di connivenze che si autoalimenta, con una classe dirigente così infatuata dal proprio potere da difendere amicizie impresentabili e relazioni quantomeno sospette fino all’ultimo respiro.
Ora non resta che vedere se finalmente qualcuno avrà il coraggio di applicare la parola “responsabilità” in questo intrigo internazionale fatto di e-mail compromettenti e inviti alle inaugurazioni presidenziali. O se, fedeli al copione, continueremo a sorbirci il silenzio assorto degli oligarchi, mentre la giostra va avanti imperterrita.



