Ecco come l’autonomia ha deciso di prendersi una lunga vacanza dal palco politico: tra tecnici in letargo e parlamentari in pausa caffè

Ecco come l’autonomia ha deciso di prendersi una lunga vacanza dal palco politico: tra tecnici in letargo e parlamentari in pausa caffè

L’Autonomia è misteriosamente sparita dai radar del dibattito pubblico e pure a Roma la si fa finta di considerare. Sorprendentemente, perfino i ministeri controllati dalla Lega hanno deciso di tirare il freno a mano, tanto che qualcuno, esasperato, non ha potuto fare a meno di sbottare: «Commedia assurda». Sì, perché quel sogno federalista tanto decantato in Veneto non è altro che un prodigioso spettacolo di fumo negli occhi, con un copione scritto male e recitato peggio.

Partiamo dalla prima star di questa tragicommedia: l’Autonomia differenziata. Otto anni di echi speranzosi, partendo dal referendum plebiscitario per l’Autonomia in Veneto del 2017, una pacchia per i localisti e un incubo per chi pensa che l’unità nazionale non sia uno scherzo. Lo scorso anno, poi, la Corte costituzionale, con una serie di limature e rigiri costituzionali da manuale, ha messo in quarantena questa riforma. Il verdetto? Sì al referendum abrogativo, ma con una nota a margine ricca di clausole e paletti che hanno trasformato la legge Calderoli – quella approvata a giugno 2024 – da manna a semplice carta straccia.

Specie per quella che dovrebbe essere la prima delle nove materie non-Lep, cioè la cosiddetta protezione civile, campo di battaglia in cui gli esperti dei ministeri si sono dilettati a mescolare norme e parole fino a ottenere un groviglio inestricabile.

A che punto siamo? O meglio: dove siamo finiti?

Facciamo un po’ di cronaca, che tanto la tragedia si ripete sempre uguale. Ad aprile, dopo che il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli aveva promesso una nuova legge delega per raddrizzare la norma in ossequio ai capricci della Consulta, negli uffici di via della Stamperia, sede del suo dicastero, si è tenuta l’ennesima e del tutto inutile riunione sulla protezione civile. Ma non erano presenti solo gli immancabili tecnici; a sorpresa, sono saltati fuori anche i presidenti di Regione, Luca Zaia in testa, come si fa nelle migliori sitcom per palesare che il problema è serio (quanto inutilmente chiacchierato).

Dopo interminabili giri di spola tra Regioni e ministeri, ecco il verdetto: il testo elaborato sulla prima materia è stato rispedito ai territori con limitazioni così severe da far gridare allo scandalo anche i governatori più abituati a stare al gioco, con Zaia che non ha esitato a definire la proposta «inaccettabile». Ovviamente, come da copione, i ministeri hanno quindi scelto di prendersi qualche giorno di riflessione per “rimettere mano” al testo, il che significa tradotto in burocratese: “lo blocchiamo fino alla prossima stagione”.

Pochi giorni fa, alle porte del già tanto celebrato 2024, i tecnici regionali, sotto la bandiera di Veneto e altri territori affini, hanno ricevuto una versione del testo ulteriormente depotenziata, priva di qualsiasi contenuto sostanziale degno di nota. Dal palazzo Balbi si lamenta a gran voce: «Una commedia dell’assurdo». Chissà se qualcun altro la trova invece esilarante, questa farsa del federalismo balbettante.

Il rimpallo infinito, più avvincente di una saga televisiva, riguarda persino le materie che, guarda un po’, non richiederebbero nemmeno un Lep (livello essenziale di prestazione). Quel pantano romano, tanto osannato a sproposito, sembra il terreno ideale per far perdere le speranze a chiunque. L’irritazione della delegazione veneta si alimenta di un’aggiunta degna di un romanzo kafkaiano: i “ministeri” coinvolti sfoggiano le insegne della Lega. Prendete l’Economia, per esempio, sotto la ferrea guida di Giancarlo Giorgetti, che una settimana fa, con piglio mattutino e velo di tristezza, ha deciso di tirare il freno sull’altra fantomatica grande riforma: il federalismo fiscale.

L’appuntamento con la bicamerale dedicata a questa cosiddetta “riforma abilitante” del Pnrr è stato teatro di un vero e proprio stop. La scadenza di giugno 2026 si avvicina a falcate, ma il federalismo fiscale resta impigliato nel problema più ovvio di tutti: i fondi necessari per far decollare i Lep. E non parliamo di quelli “fantasiosi” legati all’Autonomia, ma dei Lep imprescindibili su quattro materie di primaria importanza costituzionale: scuola, sanità, trasporti e servizi sociali. Una meraviglia di chiarezza e concretezza, no?

Giorgetti, convocato a Palazzo San Macuto dalla Commissione sul federalismo fiscale, ha motivato così la delicatissima scelta politica di abbassare l’asticella dei Lep:

«Dove metto l’asticella dei Lep è dove metto di fatto anche il livello di pressione fiscale, perché se devo garantire livelli molto alti di assistenza, qualcuno dovrà pur pagare. Nel momento in cui andiamo a definire un certo livello di Lep si porrà inevitabilmente di volta in volta il problema della loro copertura. Questo è alla fine uno dei principi fondamentali della responsabilità politica: quando si decide che un determinato servizio è fondamentale per i cittadini, poi ci si deve far fronte».

La notizia “positiva”? Quel disegno di legge di delega al Governo, rivisitato da Calderoli dopo i rilievi della Consulta, sarebbe in via di perfezionamento. Non aspettatevi una sveltina però, perché “a breve” sarà trasmesso alle Camere, frase che ormai suona come uno scherzo al veleno.

Stallo su tutti i fronti

Se questo non è un ritiro strategico, allora si tratta sicuramente di un plateau di stallo degno di un match di pugilato senza neanche un colpo portato a segno. Da un lato, si parla come al bar del più grande governo di destra della storia repubblicana, dove i ministri chiave – indovinate un po’? – sono tutti targati Lega. Dall’altro, dopo mille giorni di spalti pieni di proclami e decine di “giornate storiche” (sia mai che ci si sia dimenticati di dirle a qualcuno), non-ci-è-nulla-di-fatto in materia di Autonomia.

La cacofonia di facili promesse e di sterili rinvii si fa sempre più insopportabile, soprattutto in vista delle Regionali, dove l’idea stessa di “Autonomia” sembra diventata tabù anche tra chi avrebbe tutto l’interesse a parlarne e finalmente concretizzarla. Misteri della politica italiana, o meglio, la comica tragicità delle parole non seguite dai fatti.

Il sondaggio Demos

Ma tralasciamo gli appelli politicamente orientati e rivolgiamoci all’elettorato, quella cosa che dovrebbe contare un po’ di più in una democrazia funzionante. Secondo un’analisi di Ilvo Diamanti per Repubblica – cose recenti, glielo giuro – i sondaggi raccontano una verità splendente come una luce al neon: la maggioranza degli italiani, circa 6 su 10, non solo snobbano l’idea di Autonomia, ma il numero di favorevoli è sceso rispetto all’anno scorso quando raggiungeva un onorevole 46%. Nel 2023, le speranze di almeno metà del Paese sembravano decollare oltre il 50%, ma ora? Non proprio.

Ovviamente, come in ogni tragedia che si rispetti, la percezione si divide in quelli che vivono a Nord e quelli a Sud, con un clamoroso assolo da parte del Nordest, dove le aspirazioni autonomiste superano ancora il 60%. Nel Nordovest ci si ferma a un timido 46%, mentre nelle regioni del Centro Italia il desiderio si scioglie sotto il 30%. E la chicca finale? Un piccolo ma pungente aumento di favorevoli proprio nel Mezzogiorno, dove la soglia si avvicina quasi al 40%. Probabilmente, più per disperazione che per reale entusiasmo, ma questo lo lasciamo ai sociologi.

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