Ah, il momento Nordés: quell’insopportabile rituale dell’aperitivo perfetto che ora, con somma originalità, ha deciso di sbarcare nelle plaghe multietniche e culturalmente ricchissime di Roma e Milano. Perché, diciamocelo, cosa c’è di meglio che copiare una moda spagnola e spacciarla come la novità più geniale del secolo nell’eterna corsa a chi fa più tendenza?
Il Nordés, per chi avesse vissuto sotto una roccia (o lontano dai bar all’ultimo grido), è quel fenomeno che parte da Galizia, regione che ovviamente deve obbligatoriamente dettare le regole dell’aperitivo mediterraneo. E così, tra un bicchiere di Albariño e un piatto di conserve di lusso – perché altro non si può definire l’accoppiata di pesci sott’olio e quelle sofisticate tartine – si riflette sul senso più profondo dell’aperitivo. O almeno così ci vogliono far credere.
L’ironia del tutto è servita: mentre il mondo crolla sotto il peso di una crisi economica globale e i prezzi aumentano a vista d’occhio, ecco che arriva l’aperitivo perfetto, quello che pure nel packaging è una sublimazione della piccola élite. A chi interessa la semplicità del buon vino e di un panino sfizioso, quando si può ostentare un gesto rituale da influencer del gusto, con hashtag e stories compresi?
La ritualità che salva l’anima (e il portafoglio… degli altri)
Immaginate dunque il salotto buono di Milano, dove il popolo si ingegna a trasformare un momento socialmente condiviso in una performance estetica: l’aperitivo. E non un qualsiasi, ma un Nordés, perché la tradizione galiziana è sapientemente servita su un piattino da finger food per permettervi di raccontare ai vostri follower che siete dei veri conoscitori di tendenze internazionali. Che poi, parliamoci chiaro, non è altro che una scatola di conserve spacciata come arte culinaria contemporanea.
A Roma poi, dove la storia millenaria insegna già da sola il valore dei sapori semplici e autentici, il rituale si tinge dell’ironia più nera. Nel cuore della città eterna, eleganti signore e signori si danno appuntamento per sorseggiare quel calice di Albariño, rigorosamente abbinato a quel pezzo di tonno in scatola che la pubblicità quasi ti fa sentire di indossare un frac. Degno di un premio Oscar al marketing gastronomico.
Un rituale che fa discutere, ma soprattutto consumare
Non è difficile immaginare come anche stavolta l’aura di esclusività riesca a far geopolitica nell’arte dello svago. Il Nordés esportato con successo nelle due capitali italiane non è solo un trend, ma un vero e proprio manifesto di come si possa fare leva sul desiderio di socializzazione per aumentare il consumo. Con la scusa di celebrare le “radici”, si vendono prodotti costosi a prezzi ben poco popolari, in nome di una cultura che fa a pugni con il concetto di semplicità e convivialità.
Una beffa che rasenta la genialità per chi ama trasformare il consumo in rituale sacro, lasciando alla nostalgia per la vecchia osteria un ruolo di comodo anacronismo. Certo, la modernità è questa: da oggi, se vuoi essere “in”, non basta più ordinare un semplice spritz o un calice di vino; ci vuole il Nordés. Un trionfo del marketing, insomma, condito di aperitivi in stile Gala Beyoncé. E il popolo? Beh, quello si accontenta, scattandosi una foto, etichettando il bar e facendo girare la voce di questo nuovo trend che è in realtà un viaggio di sola andata nella superficialità del gusto.



