Donna di pace maledetta da chi si ostina a odiarla, perché ci piace complicarci la vita

Donna di pace maledetta da chi si ostina a odiarla, perché ci piace complicarci la vita

“Nonostante gli eserciti di odiatori pronti a farmi la pelle, resto una donna di pace.” Ah, Liliana Segre ci ha regalato questa perla di saggezza giovedì sera a Milano, durante un incontro sulla deportazione organizzato dal Memoriale della Shoah, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio. Roba da applausi, no?

La senatrice a vita ha anche ammesso, con una dose di ironia aggravata da una nostalgia malinconica, di aver smesso di testimoniare “qualche anno fa” perché “era estremamente complicato testimoniare la Shoah da vecchi, da vecchissima come sono io”, visto che, dice, aveva solo 13 anni quando tutto è iniziato. Ma non fatevi ingannare: la ragazza impaurita di allora è ancora lì dentro, immutabile e incrollabile. Eh sì, la vita ha fatto il miracolo – da quella ragazzina sola deportata ad Auschwitz, oggi è diventata, contro ogni pronostico e nonostante tutti quelli che la odiano, una donna di pace. Roba da manuale del politicamente corretto.

Il toccante ricordo dei Morais

Durante il suo discorso, la senatrice non ha resistito a tirare fuori dal cilindro il ricordo della famiglia Morais. Non stiamo parlando di una semplice famiglia, ma di un capitolo di quel tragico romanzo chiamato deportazione. Qualche giorno fa, l’anziana e instancabile testimone aveva partecipato pure alla posa delle pietre d’inciampo dedicate proprio a loro, quasi a voler incendiare ancora di più la memoria pubblica.

Segre si è così ritrovata a ripercorrere quei momenti di terrore vissuti a San Vittore e durante il viaggio sul treno verso l’inferno dei campi di sterminio. Racconta che il padre le chiese di affidarsi alla signora Morais, di farle da “mamma” nel momento in cui avessero separato uomini e donne, e di starle sempre vicino. Un appello tragicamente necessario.

Con la sua consueta sincerità amara, Segre ha raccontato: “Quando arrivammo fui interrogata dai tedeschi, chiesero se fossi da sola e risposi di sì, così venni mandata a sinistra. I Morais, invece, finirono a destra e morirono quel giorno stesso”. Un destino crudele, in perfetto stile orwelliano, che si fa ancora sentire nella memoria di chi è rimasto. E sì, ci fa pensare a quanto il ricordo, a volte, sia un’impalcatura traballante tra verità, retorica e ipocrisia pubblica.

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