A un certo punto, Novak Djokovic si prende tutta l’attenzione di chiunque stia guardando la semifinale contro Sinner. Non perché si tifi per lui, ma perché nel mondo dello sport accade qualcosa di magico: la logica va a farsi benedire e subentra il puro sentimento. Trasporto assoluto, nulla di meno. Serve un avversario degno di tanta straordinarietà, e soprattutto un tennis tanto coinvolgente da necessitare la complicità di entrambi i giocatori in campo. Peccato che, nel corso della lunga maratona di scambi, anche il tifo finisca vittima del gioco al massacro. Ciò che resta è soltanto l’epica e l’inconfondibile marchio di fabbrica di Djokovic.
Non si tratta nemmeno di sperare nella sua vittoria, quanto piuttosto di arrendersi, quasi con un misto di reverenza, all’incredibile spettacolo che offre. Impossibile distogliere lo sguardo o non trattenere il fiato in attesa. Non si può essere ostili, talvolta nemmeno delusi: solo scombussolati, consapevoli che quel momento resterà un punto di riferimento, un metro di paragone senza appelli. Un’epifania sportiva che sancisce la capacità unica di afferrare ogni singola opportunità, diciotto anni e quattro mesi dopo la prima vittoria in uno slam. Ecco cosa significa essere Djokovic.
Se Jannik Sinner fosse riuscito a spuntarla, l’Italia avrebbe gioito come in poche altre occasioni, ma davvero sarebbe puerile lasciarsi andare alla delusione dopo uno spettacolo del genere. Come nel caso di quella celebre Inter-Barcellona di Champions League che non si dimentica, anche questo match entrerebbe nell’album personale di ognuno, pronto a essere tirato fuori nei momenti di necessità: “Se Djokovic ha vinto così, a quell’età, allora…”. Un classico pezzo da collezione di possibilità mai banali.
Il campione altoatesino e l’amarezza della sconfitta
Il volto di Sinner dopo la partita tradisce un’amarezza sincera: “Perdere così fa male”. Come dargli torto? Del resto, ci sono sconfitte che bruciano di più, proprio perché hanno il sapore amaro del quasi, del mancato. Eppure, anche in questo dolore c’è da leggere un lato umano e soprattutto sportivo: è la dimostrazione che lo sport è quel teatro dove le motivazioni umane diventano potere, e la specialità propria della disciplina trasforma ogni emozione in qualcosa di indelebile.
In questo momento è stato Djokovic a liberare tutte queste emozioni, con un trionfo di intelligenza ed eccessi, lotta contro le paranoie personali, un nazionalista che si trasforma in bandiera, salvo poi litigare con la sua patria o con chi la governa – nemmeno troppo sorprendentemente, si è trasferito in Grecia. Uno spettacolo nello spettacolo, degno del miglior teatro dell’assurdo che solo lo sport sa regalare.
Djokovic: il salutista che fa discutere
Il tennista che vorrebbe salvare il mondo a colpi di scatti in campo, eppure rifiuta i vaccini: altro paradosso da manuale. Sempre alla ricerca di una spinta, sia essa dal pubblico o dalla controversia, Djokovic sa essere opportunista come pochi. Eppure, tutte queste incoerenze non riescono a demolire il fascino che esercita quando si tratta di mostrare il suo talento puro. Diventiamo complici di un artista che sa battere il destino con uno stile senza uguali – e non possiamo far altro che restare travolti dall’inebriante magia del suo gioco.
La partita da ricordare
Il confronto tra Sinner e Djokovic è stato un vero e proprio spettacolo, un incontro al cardiopalma finito solo al quinto set, che vale un posto in finale. Per l’azzurro, la sfida era anche la ricerca del tris consecutivo, un’impresa che avrebbe meritato un posto nella leggenda sportiva italiana. Ma il destino ha voluto diversamente, consegnandoci una partita che rimarrà impressa nella memoria di tutti gli appassionati. Una partita che, nel calderone dell’imprevedibile, incarna molto di più di un semplice risultato.



