C’è chi sogna di segnare un gol a San Siro e chi, invece, preferisce infilarsi dalla porta laterale del calcio, quella più insidiosa, chiacchierata e sistematicamente fraintesa. Fare l’arbitro ai giorni nostri? Ah, non è mica solo il semplice gesto di fischiare un fallo o mostrare un cartellino colorato come se fosse una carta di credito. No, signori, significa studiare, sudare in allenamento, affrontare decisioni a dir poco epiche… e soprattutto sopportare l’ira funesta di un intero stadio!
Il compito di un arbitro sembra ormai un’odissea degna di un eroe moderno, ma senza aureola e con la sola protezione di un fischietto. Invece di applaudire la loro preparazione e professionalità, spesso vengono presi di mira come se fossero la causa di ogni male calcistico della storia. La mistica del “l’arbitro è sempre colpevole” è un mantra che pare scolpito nella pietra, blindato più del Var stesso.
È ironico come un ruolo che dovrebbe incarnare l’imparzialità e la giustizia si trasformi nella vittima preferita della folla e dei media. Studi approfonditi, analisi video, ore e ore di allenamento per arrivare a una decisione corretta si scontrano con fischi assordanti, insulti e vere e proprie crociate mediatiche. Forse la vera sfida non è decidere chi ha commesso fallo, ma sopravvivere a una carriera vissuta all’ombra dell’eterno sospetto e della critica facile.
E mentre tutti si stracciano le vesti per gli errori arbitrali, pochi si chiedono quanto alta sia la posta in gioco, quanto complicato sia il compito di restare neutri in un universo calcistico in cui ogni decisione può provocare guerre civili interne tra tifoserie, giocatori e squadre, senza parlare poi delle polemiche infinite sui social, che trasformeranno anche la decisione più impeccabile in una carneficina verbale.
La Professione Invisibile (e Incompresa) del Direttore di Gara
Fare l’arbitro significa, in realtà, giocare una partita nella partita. Non quella visibile ai milioni di fan incollati allo schermo, ma quella silenziosa, personale, fatta di scelte rapide, un occhio magnetico per i dettagli e una buona dose di carisma per farsi rispettare – o almeno tentare di farlo. Ma come lo si affronta questo mestiere? Con una robusta dose di ferro negli occhi e pelle di rinoceronte alle orecchie, perché il pubblico spesso dimentica che dietro la divisa si cela un essere umano, con limiti e fatica, non un marziano infallibile inviato direttamente da qualche entità divina del calcio.
Ah, e basta pensare che il potere dell’arbitro sia assoluto. Quel poveretto si trova a navigare tra regole che cambiano come il tempo in montagna e aspettative che sono parte di una sceneggiatura incomprensibile. E quando arriva il Var, quel fido aiutante tecnologico che dovrebbe essere la panacea di ogni dubbio, invece spesso si trasforma nel peggiore dei nemici: rallenta il gioco, alimenta le polemiche e lascia tutti a fare il solito gioco del “se l’arbitro fosse stato lì, qui o là”.
In definitiva, il direttore di gara si trova a essere l’eroe senza gloria e con più nemici al seguito di un anti-eroe di Hollywood. Si spera almeno che ogni fischio porti un applauso, ma in fondo sappiamo che, quasi sempre, porterà solo un’altra valanga di grida indignate e il solito teatrino del “colpa sua, non sua, sì, ma anche no”.

