Il sacro graal del dollaro come rifugio sicuro sembra avere qualche cedimento di recente, secondo Deutsche Bank, che mette in guardia con una precisione quasi ironica: l’eccessiva esposizione all’intelligenza artificiale nelle azioni americane ha aperto una crepa nel mito. Prima si pensava che, quando i mercati azionari vacillavano, il dollaro si trasformasse magicamente in un porto tranquillo. Ora, sorpresa delle sorprese, non è più così.
George Saravelos, capo globale della ricerca sulle valute presso la banca tedesca, non potrebbe essere più chiaro: “È spesso dato per scontato che il dollaro sia un rifugio sicuro: si rafforza nei momenti di avversione al rischio”. Peccato che, guardando un semplice grafico che mette a confronto dollaro e azioni, questa teoria si sgretoli senza pietà. La correlazione media tra dollaro e azioni è storicamente vicina allo zero, e nell’ultimo anno il dollaro si è volontariamente dissociato dall’andamento dell’S&P 500.
Come se non bastasse, il mercato azionario statunitense si è guadagnato la reputazione di “rischioso” per via della concentrazione folla sull’intelligenza artificiale e i rischi di cannibalizzazione che essa comporta. Basta guardare il recente tracollo del comparto software: un assaggio gustoso di cosa significa quando una novità tecnologica mette in crisi i colossi del settore. L’indice S&P 500 Software & Services ha subito un tracollo vicino al 20% nel solo 2024.
E non è finita: i giganti del web, tra cui Amazon, Microsoft, Meta e Alphabet, hanno annunciato investimenti da capogiro, fino a 700 miliardi di dollari solo quest’anno sull’AI. Qui la domanda è: tutto questo denaro verrà almeno ricompensato con un ritorno proporzionato? Il dubbio è legittimo e, tra scetticismo e resistenza al rischio, sono stati spazzati via oltre mille miliardi di capitalizzazione dai big tech, anche se alcune azioni hanno tentato un timido recupero.
Saravelos spiega con perfetto cinismo: “Quando la malasorte colpisce le azioni americane mentre il resto del mondo naviga a gonfie vele, non sorprende che il dollaro possa perdere terreno mentre le borse affondano, un déjà vu che ricorda il periodo della bolla dotcom nel 2002.” Ecco quindi il vero snodo: “Più il dollaro si ritrova a fare la parte del brutto anatroccolo in quanto strumento di difesa, più cresce l’impulso a ridurre l’esposizione in valuta americana.”
Insomma, il dollaro ha perso quella patina di “eccezionalità” che lo aveva reso l’eroe indiscusso dei rifugi sicuri, soprattutto in un panorama globale che tira verso un moderato ottimismo economico. Così, mentre il dollaro arranca, i riflettori si spostano verso valute alternative come il dollaro australiano, gli scandinavi e le monete emergenti, quelle sì che sembrano piacere al gioco degli investitori. Chissà che non abbiano in mente qualche scherzetto economico in agguato.
Va anche ricordato, con un pizzico di sarcasmo, che la volatilità del dollaro non è solo colpa dell’AI. Nel 2025, la presidenza Donald Trump ha giocato a fare il bullo commerciale con tariffe globali reciproche, regalando al mondo uno splendido “sell America” su misura, con tanto di svendita di asset in dollari. Il risultato? Indice del dollaro in picchiata del 9,4% nel 2025 e già in calo dell’1,4% nei primi mesi di quest’anno. Applausi.
Il direttore degli investimenti di BFG Wealth Partners, Peter Boockvar, ha riassunto la situazione con un’ironia che non mette certo in ombra la realtà: “Gli investitori hanno scoperto, finalmente, che non esistono solo sette azioni su cui puntare. C’è un mondo là fuori pieno di opportunità.”
Boockvar aggiunge:
“Gli stranieri hanno continuato a mettere soldi negli Stati Uniti, ma con un’attenzione finora mai vista a proteggersi dal rischio cambio. Si sono detti: ‘Ok, teniamo le sette grandi aziende tecnologiche, ma per favore facciamo anche da scudo al rischio dollaro.'”
In altre parole, mentre il mondo sembra scoprirsi più audace e curioso di nuovi investimenti fuori dal recinto americano, il dollaro viene relegato a un ruolo di secondo piano, quasi un vecchio parente scomodo con cui nessuno vuole più fare i conti esclusivamente.
Alla fine, il castello di carte del dollaro come “safe haven” mostra le sue crepe, tra intelligenza artificiale che destabilizza e strategie globali di investimento che finalmente guardano oltre l’orizzonte statunitense. Benvenuti nell’era in cui il mito del dollaro vacilla al ritmo isterico della rivoluzione tecnologica e dei venti economici internazionali. Chissà chi avrà il coraggio di scommettere ancora su quel cavallo, considerata la nuova ridefinizione delle regole del gioco.



