La Suprema Corte si è davvero superata in materia di giustizia equa e chiara: il colonnello Lorenzo Sabatino è stato assolto, mentre gli altri carabinieri coinvolti si sono visti rigettare i ricorsi come se avessero chiesto un favore al bar. Tutto questo nell’affascinante “processo sui depistaggi” che ha seguito il celebre pestaggio e la tragica morte di Stefano Cucchi, quel giovane romano finito in manette il 15 ottobre 2009 e spirato una settimana dopo al pertinente ospedale Sandro Pertini.
La Quinta sezione penale della Cassazione ha accolto il solerte appello della procura generale con un tempismo quasi poetico. Il sostituto procuratore generale Tomaso Epidendio, in forma solenne, ha dichiarato che, per Sabatino, “il fatto non costituisce reato”, demolendo con perizia la sentenza precedente, lodandone la “contradditorietà e illogicità”. Tutto chiaro, no?
Naturalmente, per gli altri protagonisti della pièce — Francesco Di Sano, Luca De Cianni, il generale Alessandro Casarsa, Francesco Cavallo e Luciano Soligo — la Cassazione è stata molto meno clemenza, rigettando o dichiarando inammissibili i loro ricorsi. Anzi, per i ricorsi di Casarsa c’è stata addirittura un’impietosa dichiarazione di inammissibilità, come quando il genitore snobga la richiesta del figlio per ordinargli di studiare ancora un po’.
Il processo, lo ricordiamo, era partito dopo la condanna in Appello dello scorso giugno: Sabatino a un anno e tre mesi, De Cianni a due anni e mezzo, mentre per Casarsa, Cavallo e Soligo erano state già dichiarate prescrizioni, ovvero quegli strumenti legali perfetti per applicare il “tanto non si può più fare nulla”. Nel frattempo, Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata erano stati beffardamente assolti, mentre Di Sano si è visto ridurre la pena a soli 10 mesi, come se si trattasse di un visto turistico.
Le accuse variano dal falso – forse un po’ troppo comune –, al favoreggiamento, passando per l’omessa denuncia e la calunnia, che qui diventano rituali quasi religiosi di questo complesso processo nato dall’inchiesta del pm Giovanni Musarò. Insomma, roba da far ridere se non fosse così tragica.
Una vera epopea giudiziaria
Già nella sentenza di secondo grado, la Corte d’Appello di Roma aveva messo in chiaro che tutto l’apparato investigativo e giudiziario guidato da Casarsa non stava certo cercando “la mela marcia” tra i carabinieri, ma piuttosto costruiva un “reality su misura”, una realtà convenientemente adattata ai bisogni dell’Arma romana.
Così, niente approfondimenti veri, niente trasparenza: solo una versione prefabbricata e comoda da restituire al pubblico e alle altre istituzioni. Un vero festival dell’ipocrisia giudiziaria, brandendo il falso come una bandiera di guerra delle forze dell’ordine coinvolte.
La versione ufficiale: assoluzioni e prescrizioni, ma con stile
Alla fine dello show, ben due condanne restano definitive, tre prescrizioni si consolidano come bastioni dell’impunità e Sabatino si becca l’assoluzione in Cassazione, non perché innocente, ma per gentile concessione del “fatto non costituisce reato”. Tradotto: hai picchiato un uomo fino a farlo morire? Beh, tranquillo, quella roba lì non è proprio un reato, almeno secondo certe giustizie stellari.
Un copione che non solo lascia sconcertati, ma che denuncia con brutalità tutte le contraddizioni e le magagne di un sistema giudiziario capace di annullare il senso profondo della verità e della giustizia. Cinico, perfido e impassibile, questo verdetto è la testimonianza che a volte la legge appare un groviglio di paradossi sartoriali su misura per chi deve essere assolto o condannato, a seconda del comodo.



